Diciotto domande sul sistema pensionistico italiano, con i numeri dietro a ognuna. Spesa effettiva, platea, età di pensionamento, sostenibilità di lungo periodo, alternative di policy. Fonti INPS, UPB, RGS, OCPI Cattolica, Eurostat, OCSE.
417 mld
Spesa INPS 2024
16,5 mln
Pensionati
15,4%
Pensioni / PIL
63,8
Eta effettiva (INPS)
120 mld
Gap da fiscalita
17,1%
Picco 2040 (RGS)
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Italian National Ponzi Scheme, il libro
Approfondimento di lungo periodo sul sistema pensionistico italiano: numeri, traiettorie demografiche, sostenibilità e alternative di policy. Disponibile su Amazon, GRATIS per gli iscritti a Kindle Unlimited.
Ogni discussione sul sistema pensionistico parte da due parametri: quanti pensionati ci saranno per ogni lavoratore (indice di dipendenza anziani), e come si distribuiranno le coorti per età (piramide della popolazione). Sono parametri che dipendono dalla storia demografica recente (nascite, longevità, flussi migratori) ma anche dalle scelte di spesa pubblica fatte nei decenni precedenti: una quota troppo alta di risorse impegnata sulle pensioni riduce lo spazio fiscale per natalità, servizi 0-5, casa, lavoro giovanile, infrastrutture, e amplifica nel tempo lo squilibrio demografico stesso. Le riforme pensionistiche, dunque, non si muovono dentro una cornice fissa: la modificano.
Indice di dipendenza anziani Italia 2024-2080
L'indice misura quanti over 64 ci sono ogni 100 persone in età lavorativa (15-64). Oggi è fra i più alti d'Europa: 38,4 per 100. Le proiezioni RGS (base ISTAT 2024) lo portano a 57,3 nel 2040, 62,5 nel 2060 e 66,8 nel 2080: andamento monotono crescente, nessuna flessione attesa nello scenario mediano. Lo stesso dato è incrociato con il rapporto occupati/pensionato nella sezione dedicata più avanti.
Piramide della popolazione: 2024 vs 2050 vs 2070
La piramide italiana è già oggi un "kebab": coorti 50-70 anni (baby boomers nati 1955-1975) di gran lunga le più numerose, base sotto i 30 progressivamente più stretta. Nei prossimi vent'anni la massa dei baby boomers passerà nella classe over 65, mentre la base under 30 continuerà a contrarsi. Distribuzione percentuale per classi di età:
Occupazione, NEET e fecondità: i parametri della base contributiva futura
La sostenibilità del sistema dipende da quanti pagheranno i contributi domani. Italia ha occupazione 20-64 più bassa della media UE (67,1% vs 75,8% nel 2024), l'occupazione femminile è la più bassa dell'UE-27 (57,4% contro 70,8% media UE), NEET 15-29 al 15,2% (UE 11,1%) con divari interni enormi (Nord 9-10%, Sud 23-24%), e fecondità a 1,18 nel 2024 (UE 1,34).
Occupazione 20-64: totale e femminile, Italia vs UE 2024
Occupazione femminile 20-64 per macro-ripartizione, Italia 2024
Tasso di occupazione femminile 20-64 per macro-area. Nord 63-66%, Sud 47%, Isole 42%. Fonte: Eurostat lfst_r_lfe2emprtn.
NEET 15-29: confronto UE e per macro-ripartizione Italia, 2024
Quota di giovani 15-29 anni Not in Employment, Education or Training. Italia 15,2% complessivo, ma Sud al 23% e Isole al 24%, quota fra le più alte UE. Fonti: Eurostat edat_lfse_20 (Paesi) · edat_lfse_22 (regioni).
Tasso di fecondità totale, Italia 2010-2024
Figli per donna in età fertile, Italia: 1,44 nel 2010 → 1,18 nel 2024. Sotto la soglia di sostituzione 2,1 da metà anni '70. Fonte: Eurostat demo_find (Total fertility rate).
Quanti lavoratori per ogni pensionato oggi e domani
Il tasso di dipendenza degli anziani (popolazione 65+ / popolazione 15-64) è oggi 38,4% in Italia (1.1.2024). Proiezioni RGS su base ISTAT 2024:
2040: 57,3%
2060: 62,5%
2080: 66,8%
Il rapporto fra occupati e pensionati e oggi circa 1,4 occupati per ogni pensionato. Nel 2050 scendera a circa 1,1. Senza interventi su occupazione e parametri della pensione, il punto di rottura è demografico, non politico.
Implicazione per le pensioni: con un indice di dipendenza che passa da 38 a 67, anche mantenendo invariata la quota di occupati in età lavorativa il rapporto fra pensionati e lavoratori in attività peggiora di oltre un terzo. Questa è la cornice in cui leggere le domande 4 (spesa), 5 (pensioni vs pensionati), 13 (spesa proiettata) e 15 (lavoratori per pensionato).
L'Italia spende circa 15,3% del PIL in pensioni (anno base 2022, Ageing Report 2024), contro una media UE-27 di circa 12,1%. Circa 3 punti in più.
La Spagna in particolare, pur con demografia simile alla nostra, ha riformato in modo più aggressivo. Per il confronto puntuale Italia-Spagna sulla riforma pensioni e sulla dinamica del tessuto produttivo (PMI, occupazione femminile), vedi la dashboard Pensioni e imprese: Italia vs Spagna.
Gestione separata (parasubordinati e libere professioni)
11.756
4,1%
Quote partecipazione iscritti + altri
1.242
0,4%
TOTALE entrate contributive
284.047
100,0%
3) Uscite per pensioni 2024 per gestione (Tab. 2.7)
Gestione
2023 (mln €)
2024 (mln €)
Var %
FPLD (lavoratori dipendenti privati e gestioni separate)
164.298
173.096
+5,4%
Dipendenti Pubblici (ex INPDAP)
88.536
93.528
+5,6%
Autonomi e Parasubordinati
39.857
42.252
+6,0%
Altri fondi
11.454
11.717
+2,3%
TOTALE pensioni
304.145
320.593
+5,4%
4) Scomposizione dei 180,7 mld di trasferimenti attivi dallo Stato a INPS (Consuntivo 2024 p.11)
I trasferimenti dal bilancio Stato verso INPS sono finalizzati a coperture diverse: prestazioni assistenziali pure (invalidi civili, pensioni sociali), sgravi contributivi (cuneo fiscale), copertura oneri pensionistici delle gestioni speciali (CTPS dipendenti Stato, Ferrovie, Poste), Assegno Unico per i figli, sostegni al reddito. Le voci principali 2024:
Finalità trasferimento
mln € 2024
Sgravi contributivi e agevolazioni occupazione (cuneo fiscale)
42.428
Quota parte mensilità di pensione erogata
29.440
Pensioni/assegni/indennità invalidi civili
20.499
Assegno Unico Universale per figli
20.074
Copertura oneri pensionistici Cassa dipendenti Stato (CTPS)
13.173
Interventi a sostegno del reddito (NASpI, CIG, ecc.)
8.030
Quota parte pensioni di invalidità ante 1984
6.666
Prestazioni di inclusione sociale (AdI + RdC residuo)
5.373
Copertura disavanzo Fondo Ferrovie dello Stato
5.132
Pensioni e assegni sociali
4.913
Altri oneri pensionistici (anticipate, Quote 100/102/103, ecc.)
7.335
Altri (famiglia, Poste, agevolazioni, sociali residue)
17.608
TOTALE trasferimenti dallo Stato
180.671
Lettura: dei 180,7 mld di trasferimenti dallo Stato a INPS solo una parte è strettamente assistenziale (invalidi civili 20,5 + pensioni sociali 4,9 + inclusione 5,4 ≈ 31 mld). Una quota rilevante è invece destinata direttamente alla copertura di prestazioni pensionistiche: oneri pensionistici delle gestioni speciali Stato/Ferrovie/Poste ~19,5 mld, quota parte mensilità GIAS 29,4 mld, invalidità ante 1984 6,7 mld. Il resto copre sgravi contributivi (cuneo fiscale 42,4 mld), famiglia (AUU 20,1 mld), sostegni al reddito (NASpI, CIG 8 mld).
Che cosa è la "quota parte di ciascuna mensilità" da 29,4 mld ▾
La quota parte di pensione a carico dello Stato deriva dalla Legge 21 luglio 1965, n. 903, che istituì un Fondo Sociale finanziato dall'art. 1 della legge 153/1969, a completo carico dello Stato dal 1° gennaio 1976: 12.000 lire mensili per ogni pensione in pagamento. La Legge 26 dicembre 1986, n. 910 rivalutò l'importo a 100.000 lire mensili. Con l'art. 37 della Legge 88/1989 l'onere fu posto a carico della GIAS (Gestione degli Interventi Assistenziali e di Sostegno alle gestioni previdenziali). L'importo è adeguato annualmente in legge di bilancio sulla base dell'indice ISTAT dei prezzi al consumo per famiglie di operai e impiegati. La Legge 67/1988 ha esteso l'intervento alle gestioni dei lavoratori autonomi (artigiani, commercianti, coltivatori diretti). La Legge 335/1995 (art. 3, c. 2) ha innovato il criterio di adeguamento prevedendo l'incremento dell'1% della variazione annuale ISTAT. Infine, la Legge 183/2011 (art. 2, c. 4) ha ampliato l'istituto, riconoscendo il contributo statale anche per le pensioni dei dipendenti pubblici erogate dalle gestioni ex INPDAP.
Perché esiste: nel calcolo del metodo retributivo non è formalmente prevista alcuna quota parte aggiuntiva per chi percepisce una pensione superiore al minimo. Tuttavia il retributivo, per la sua modalità di calcolo (2% per ogni anno lavorato fino a un massimo del 80% della RMP con 40 anni, o 70% con 35 anni, su RMP basata sui redditi degli ultimi 10 anni per dipendenti pubblici/privati e 15 anni per autonomi (post-riforma Amato 1992; regola previgente: 5 anni privati, ultimo anno pubblici, 10 anni autonomi)), si prestava in molti casi a elusioni e abusi consentendo pensioni più elevate rispetto ai contributi versati (cfr. esiti Commissione Brambilla 2001, RGS - Ministero del Lavoro). Con la riforma Amato 1992 e le successive (Berlusconi 1994, Dini 1995, Prodi 1997), che hanno introdotto riduzione coefficienti di proporzionamento, allungamento periodo RMP, metodo contributivo (dal 2020 non esistono più retributivi puri, salvo qualche "silente": tutti gli altri sono misti o contributivi), le pensioni sono sempre più correlate ai contributi effettivamente versati.
Funzione residua: la quota parte, che dovrebbe essere totalmente rivista, oggi serve essenzialmente a coprire i costi delle vecchie pensioni retributive ancora in corso, le integrazioni al minimo e le maggiorazioni sociali di specifiche categorie di pensionati (in particolare agricoli e artigiani), calcolate con metodo retributivo o misto. Queste prestazioni si ridurranno fisiologicamente nel tempo, anche perché la componente contributiva diverrà prevalente e non contempla in formula alcuna integrazione.
5) Evoluzione 2011-2023 dei trasferimenti dal bilancio dello Stato a INPS
La composizione dei trasferimenti è cambiata nel tempo. Gli oneri pensionistici a carico Stato sono cresciuti da 58,3 a 93,1 mld (+60%), gli sgravi contributivi da 14 a 31,6 mld (+125%), gli interventi sulla famiglia da 3,4 a 21,6 mld (+533% con l'AUU 2022). Il totale è passato da 83,9 mld (2011) a 164,4 mld (2023), quasi raddoppiato in 12 anni.
Trasferimenti dal bilancio dello Stato verso INPS per componente, 2011-2023, miliardi €. Fonte: elaborazione su Rendiconti generali INPS 2011-2023.
📅 Spoiler: da quanto stanno in pensione gli italiani? La durata media delle prestazioni ▾
Una parte rilevante della spesa pensionistica corrente serve a pagare prestazioni decorse decenni fa, in epoca di pensionamenti precoci e baby pensioni. Il Dodicesimo Rapporto Itinerari Previdenziali (dati INPS al 1° gennaio 2024) ricostruisce le pensioni IVS vigenti per anno di decorrenza, evidenziando lo stock di prestazioni "ultra-lunghe" ancora in pagamento.
Lo stock all'1/1/2024 (totale pensioni IVS: 16.770.564):
280.684 prestazioni con durata 43 anni e oltre (decorrenza ≤1980 o prima), 1,7% del totale: 245.008 invalidità del settore privato reversibili (invalidi ante L. 222/1984) + 35.676 del settore pubblico.
396.682 prestazioni con durata 40+ anni, 2,4% del totale.
1.896.084 prestazioni con durata 30+ anni, 11,3% del totale.
5.544.974 prestazioni con durata oltre 19 anni, circa 1/3 del totale IVS. Donne: 3.237.439 ventennali = 35% delle prestazioni IVS femminili. Uomini: 2.307.535 ventennali = 30,8% di quelle maschili.
Età media alla decorrenza nella classe "43 anni e oltre" (viventi): settore privato 39,9 anni (M 36,4 - F 39,5); settore pubblico 39,2 anni (M 35,9 - F 40,6). I lavoratori andati in pensione 43+ anni fa con età più mature sono nel frattempo deceduti; restano osservabili soprattutto i più giovani all'epoca (invalidità e superstiti), che oggi sono mediamente 88enni. La durata media delle pensioni più remote ancora vigenti (decorrenza 1980 o prima) è di 47,9 anni nel settore privato e 46,9 anni nel settore pubblico.
Età alla decorrenza dei neopensionati 2023 (settore privato, maschi/femmine):
Categoria
Maschi
Femmine
Anticipate e Prepensionamenti
61,5
61,3
Vecchiaia
67,5
67,4
Invalidità
55,7
54,5
Superstiti
77,7
74,9
Età in anni alla decorrenza 2023. Effetto delle riforme degli ultimi 30 anni: età di accesso quasi raddoppiate rispetto alle decorrenze ante 1990.
Le baby pensioni della Pubblica Amministrazione (1965-1990): era possibile andare in pensione dopo 14 anni, 6 mesi e 1 giorno di servizio utile per donne statali sposate o con figli (compresi riscatti per maternità e laurea: una laureata con 2 figli poteva lavorare anche solo 8 anni e poi pensionarsi a vita). Per gli statali maschi bastavano 19 anni, 6 mesi e 1 giorno; per i dipendenti degli enti locali 25 anni (sempre compresi riscatti laurea, maternità, militare). Si arrivava a pensionamenti a 35-40 anni di età con 20-25 anni di contribuzione.
Rapporto attuariale: contributi vs durata: un trattamento corretto sotto il profilo attuariale dovrebbe essere correlato alla durata della vita contributiva attiva. Una pensione di vecchiaia che dura 25-30 anni assorbe più contributi di quanti il pensionato ne abbia versati nella vita lavorativa. La pensione femminile ha in media importi più bassi rispetto a quella maschile, ma durata di gran lunga maggiore.
Spesa per protezione sociale totale: il quadro Eurostat ESSPROS
Restringere il confronto alle sole pensioni rischia di essere fuorviante: ogni Paese ha un mix diverso di funzioni di welfare. Eurostat ESSPROS (European System of Integrated Social Protection Statistics) misura la spesa totale per protezione sociale, suddivisa in 8 funzioni armonizzate (vecchiaia, superstiti, malattia/cure sanitarie, invalidità, famiglia/figli, disoccupazione, abitazione, esclusione sociale). Aggregato 2024 (Eurostat spr_exp_func, ultimo aggiornamento 12/05/2026):
Spesa per protezione sociale totale, % del PIL, principali Paesi UE + media UE-27, anno 2024. Italia 28,31% vs UE-27 27,32%. Fonte: Eurostat spr_exp_func.
Scomposizione per funzione di welfare, Italia 2023
Italia spende il 28,31% del PIL in protezione sociale totale, contro 27,32% della media UE-27 (Eurostat 2024): circa 1 punto in più. La differenza significativa non è la spesa aggregata, ma la sua distribuzione fra le 8 funzioni: Italia spende sulla vecchiaia 14,55% del PIL contro l'11,34% UE-27 (+3,2 punti) e sui superstiti 2,40% contro 1,50% UE-27 (+0,9 punti), mentre è sotto la media UE su sanità (6,28 vs 8,12, -1,8 punti), famiglia/figli (1,63 vs 2,39, -0,8 punti), invalidità (1,54 vs 1,92, -0,4 punti), abitazione (0,03 vs 0,37, -0,3 punti). Sommando vecchiaia + superstiti l'Italia spende 16,95% del PIL contro 12,84% UE-27: 4,1 punti di PIL di iper-concentrazione su una sola funzione, pari a circa ~90 mld €/anno in più rispetto allo standard europeo a parità di PIL (4,11% × PIL Italia 2024 ~2.184 mld).
Lettura: Italia spende meno della media UE in sanità (~1,5-2 punti di PIL in meno: ~6,3% vs ~7,7% UE-27 2022), meno della media in famiglia/figli, disoccupazione, abitazione/esclusione sociale, ma marcatamente di più in vecchiaia/superstiti. La nostra "differenza europea" non è un eccesso di welfare in generale, ma una specifica iper-concentrazione su pensioni a scapito di sanità e altri capitoli.
Dettaglio voce per voce: Rendiconto INPS 2024 (Tabella 4.3)
Per il dettaglio italiano "voce per voce" la fonte e il Rendiconto generale INPS 2024 Tabella 4.3, che articola le prestazioni istituzionali in 5 macro-categorie: Pensioni 320,6 mld + Sostegno reddito 18,9 mld + Inclusione sociale 34,0 mld + Famiglia 26,2 mld + Altre 17,7 mld = 417,4 mld totali (+19,3 mld vs 2023, +4,9%).
Macro-categoria / voce
2024 (mln €)
2023 (mln €)
Var %
PENSIONI
320.593
304.145
+5,4%
Pensioni gestioni private
227.065
215.608
+5,3%
Pensioni gestioni pubbliche
93.528
88.536
+5,6%
SOSTEGNO DEL REDDITO
18.913
18.408
+2,7%
Trattamenti di disoccupazione (NASpI/DIS-COLL)
13.866
12.920
+7,3%
Integrazioni salariali CIG (carico INPS+Stato)
1.267
1.178
+7,6%
Malattia + assegni straordinari + bonus 200/150 €
3.781
4.310
−12,3%
INCLUSIONE SOCIALE
33.998
34.104
−0,3%
Assegni e pensioni sociali
6.411
5.781
+10,9%
Prestazioni di invalidità civile
22.856
21.619
+5,7%
Reddito/Pensione di cittadinanza (residuo)
30
6.688
−99,6%
Supporto formazione lavoro + Assegno inclusione (DL 48/2023)
4.702
16
>+100%
FAMIGLIA
26.182
23.847
+9,8%
Assegno Unico Universale (D.Lgs 230/2021)
20.142
18.246
+10,4%
Maternita + congedi + asili nido + AnF residuo
6.040
5.601
+7,8%
ALTRE PRESTAZIONI
17.722
17.559
+0,9%
TFS/TFR dipendenti pubblici
10.620
9.707
+9,4%
TFR dipendenti privati + Fondo garanzia + altre
7.102
7.852
−9,6%
TOTALE PRESTAZIONI ISTITUZIONALI
417.408
398.063
+4,9%
Colonna 2023 nascosta su mobile; ruota lo schermo o vedi versione desktop per il dettaglio.
Approfondimento: per il confronto puntuale Italia-Spagna sulla riforma pensioni (regime contributivo, aggancio aspettativa di vita, salvaguardia minimi, effetti sui conti pubblici) e sulla diversa dinamica del tessuto produttivo (PMI, produttività, occupazione femminile), vedi la dashboard Pensioni e imprese: Italia vs Spagna.
Per anzianità contributiva: 3,0 mln zero contributi (18%), 3,0 mln 1-15 anni (18%), 10,4 mln oltre 15 anni (64%).
Per tipologia (stock 21,3 mln pensioni vigenti, ordini di grandezza): vecchiaia e anticipata 11-12 mln, reversibilità >4 mln per 35-40 mld di spesa, invalidità civile + previdenziale ~3,5 mln, pensioni e assegni sociali ~1,5 mln.
Per regime di calcolo: la maggioranza dei pensionati attuali è in regime misto (anzianità maturate prima e dopo il 1996 calcolate pro-rata). Il retributivo puro riguarda chi era già in carriera prima del 1992 (Amato) o aveva 18+ anni di anzianità al 1995 (Dini), platea in esaurimento per ragioni anagrafiche. Il contributivo puro riguarda chi è entrato nel mercato del lavoro dal 1° gennaio 1996, platea in espansione. La ripartizione puntuale per regime e il peso fiscale del retributivo richiedono dati attuariali specifici (RGS, INPS Coordinamento Generale Statistico Attuariale).
Tre viste delle 21,26 mln pensioni vigenti italiane all'1.1.2026: per anzianità contributiva (pensionati distinti), per tipologia, per classe di importo mensile. Fonte: INPS Osservatorio Pensioni Vigenti 1.1.2026, Tavola 13.
Dipende da cosa misuri. L'età legale è 67 anni dal 2019. L'età effettiva media è 63,8 anni nel 2024 (settore privato + autonomi). Per chi entra oggi nel mercato del lavoro, a legislazione vigente, l'età di pensionamento sarà 70 anni.
67
Età legale di vecchiaia
63,8
Eta effettiva 2024 (INPS priv.+auton.)
65,1
Eta effettiva 2024 (Itinerari Prev., intero sistema)
64,8
NRA OCSE attuale
70
NRA OCSE futura (entrante 2024)
Sotto, cinque schede di approfondimento. Cliccale per espandere il dettaglio: cosa misura ciascuna metrica, come è cambiata negli ultimi trent'anni, confronto UE, quanto dura la pensione in buona salute, perché INPS, Itinerari Previdenziali e OCSE riportano numeri leggermente diversi.
1Quale numero usare? Le quattro metriche principaliDefinizioni
Quando si dice "età di pensionamento" si possono intendere quattro cose diverse. Ciascuna risponde a una domanda differente.
Età legale di vecchiaia ordinaria: 67 anni Requisito anagrafico minimo post-Fornero (legge 214/2011) per chi ha almeno 20 anni di contributi versati. Senza i 20 anni si finisce nell'assistenza (assegno sociale a 67) o in deroghe minori (15 anni Amato, contributivo a 71 anni con 5 anni). Citato ovunque nella divulgazione ma poco informativo da solo: ignora le anticipazioni, che sono il canale prevalente di uscita.
Eta effettiva INPS dei nuovi flussi: 63,8 anni (panel a) / 64,5 anni (panel b) Media empirica del momento in cui i nuovi pensionati 2024 ricevono la prima rendita. Dal XXIV Rapporto Annuale INPS 2025, grafico b3.1 (pp. 208-212). Il panel a) considera settore privato e autonomi (totale 63,8); il panel b) include anche il settore pubblico (totale 64,5). Misura quando l'INPS liquida l'assegno, non quando i lavoratori smettono di lavorare.
NRA OCSE, Normal Retirement Age: 64,8 anni attuale, 70 anni futura Misura standardizzata internazionale: età alla quale un lavoratore con carriera continua iniziata a 22 anni accede alla pensione piena senza penalizzazioni. Per l'Italia il valore attuale 64,83 corrisponde all'anticipata ordinaria con 42 anni e 10 mesi di contributi (42a10m + 22a = 64a10m). Il valore futuro di 70 anni riflette gli adeguamenti automatici all'aspettativa di vita previsti dalla legge 214/2011. Riferimento: OECD Pensions at a Glance 2025, figura 3.8.
Eta di uscita dal mercato del lavoro OCSE: 63,3 anni (media M+F, 2024) Quando le persone cessano definitivamente di partecipare alla forza lavoro per qualsiasi motivo: disoccupati di lunga durata in età anziana, scivoli aziendali, mobilità lunga, uscite per cura familiare. Più bassa dell'età INPS perché non tutti maturano subito la pensione. Fonte: OECD ELMEA 2024 (uomini 64,0, donne 62,6).
Quando in un articolo leggi "età media di pensionamento", chiediti sempre: di quale metrica si parla? La distanza fra le quattro misure può arrivare a 4 anni (67 legale vs 63,3 OCSE).
2Come è cambiata l'età di pensionamento dal 1995 a oggi?+6,3 anni in 30 anni
L'età effettiva totale è salita da 57,5 anni nel 1995 a 63,8 nel 2024: oltre sei anni in più in trent'anni, prodotti dalla sequenza di riforme Amato (1992), Dini (1995), Maroni (2004) e Fornero (2011). Due fatti rilevanti dal XXIV Rapporto INPS 2025:
Nel 2024 le donne hanno superato gli uomini per la prima volta (donne 65,3 vs uomini 63,5 nel settore privato + autonomi). Riflette il ricalcolo penalizzante interamente contributivo di Opzione donna, che ha disincentivato l'uscita anticipata femminile, e la maggiore anzianità contributiva richiesta alle donne per accedere all'anticipata ordinaria.
Il gap fra vecchiaia (67,1) e anticipate (61,5) e di 5,6 anni (panel b, include settore pubblico). L'anticipata ordinaria con 42 anni e 10 mesi di contributi resta il canale prevalente per chi ha carriera continua.
Eta effettiva di pensionamento 1995-2024 per genere, settore privato + autonomi. Fonte: XXIV Rapporto Annuale INPS 2025, grafico b3.1 panel a) p. 208.
3Italia vs UE: età effettiva di uscita dal mercato del lavoro (63,3 anni)63,3 anni · ~0,9 anni sotto media OCSE
Per confrontare il fenomeno reale fra Paesi, la metrica più informativa non è l'età legale ma l'età effettiva di uscita dal mercato del lavoro (OCSE, "Effective labour market exit age"), che misura a quale età in media le persone smettono effettivamente di lavorare. Sintesi OCSE 2024:
Italia: 63,3 anni (media uomini 64,0 + donne 62,6). Circa 0,9 anni sotto la media OCSE (64,2). In Italia si esce dal mercato del lavoro circa un anno prima della media dei paesi OCSE, nonostante i requisiti legali siano fra i più alti del continente. Il divario fra età legale di vecchiaia (67 anni) e uscita effettiva (63,3) è di 3,7 anni.
Media OCSE 2024: 64,2 anni. Svezia 65,0, Paesi Bassi 64,8, Germania 64,0, Spagna 62,7, Francia 62,1, Belgio 61,5. L'Italia (63,3) è nella metà bassa della classifica per uscita effettiva, in linea con i grandi paesi continentali post-riforme recenti.
Implicazione di sistema: non basta alzare i requisiti legali. Quote, Opzione donna, Ape sociale e anticipata ordinaria a 42+10 sono i canali che fanno divergere uscita effettiva (63,3) dall'età legale di vecchiaia (67). Per ridurre il gap servirebbe restringere le anticipate, non solo legare il requisito vecchiaia all'aspettativa di vita.
Per la metrica complementare dell'età normale di pensionamento (NRA) attuale vs futura OCSE, vedi OECD Future retirement ages: Italia NRA attuale 64,8 → futura 70 anni, quarto salto più ampio OCSE per l'aggancio automatico all'aspettativa di vita.
4Quanto dura davvero la pensione e in che condizioni di salute?21,6 anni totali, ~10 in salute
L'età di pensionamento conta poco se non viene messa accanto a due numeri: quanti anni di vita restano in media a quell'età, e quanti di quegli anni saranno vissuti in buona salute. L'INPS paga la rendita; sanità e LTC pagano i costi della seconda metà della vita pensionistica.
Quanto dura la pensione (Italia 1995-2024)
Mettendo a confronto età effettiva di pensionamento e speranza di vita totale a quell'età (dati ISTAT), il "tempo di pensione" e:
1995: età pensionamento 57,5 + speranza vita 26 anni → tempo di pensione ~26 anni
2010: età pensionamento 60,5 + speranza vita 24 anni → tempo di pensione ~24 anni
2024: età pensionamento 63,8 + speranza vita 21,6 anni → tempo di pensione ~21,6 anni
Bilancio trentennale: +6,3 anni di età pensionamento, +1,9 anni di età media al decesso, -4,4 anni di tempo speso in pensione.
Età effettiva di pensionamento (blu) e tempo di pensione atteso (arancio) 1995-2024. La somma è l'età media al decesso. Fonti: XXIV Rapporto INPS; ISTAT tavole demografiche.
Healthy Life Years a 65: anni vissuti in buona salute
La speranza di vita a 65 anni in Italia è di 20,5 anni (uomini 19, donne 22, ISTAT 2024). Gli Healthy Life Years a 65 (HLY) Eurostat per l'Italia sono circa 10 anni: la prima metà degli anni residui è vissuta senza limitazioni significative, la seconda metà con limitazioni di salute.
La quota di HLY sul totale dei residui a 65 è circa il 49% in Italia, in linea con la media UE-27 (~50%), ben sotto la Svezia (~75%). È la metrica più rilevante per dimensionare congiuntamente previdenza, sanità e long-term care: la spesa pubblica per gli over 65 si divide naturalmente fra prestazioni monetarie (pensione) e prestazioni in natura (sanità, LTC).
Anni residui a 65 anni, di cui in buona salute (verde) e con limitazioni (grigio), confronto UE 2023. Italia: 21 anni residui, di cui 11 in buona salute. Fonti: Eurostat hlth_hlye · Eurostat demo_mlexpec.
I dati al 31 dicembre 2024 dell'Osservatorio statistico INPS:
23,0 milioni prestazioni pensionistiche vigenti (+0,4% sul 2023)
16,3 milioni pensionati distinti (+0,5%)
364,1 miliardi € ammontare annuo complessivo (+4,9%, include anche prestazioni GIAS erogate dall'INPS per conto dello Stato)
Ogni pensionato riceve in media 1,41 pensioni. Il 68,1% dei pensionati ha una sola prestazione, il 24% due, il 6,7% tre, l'1,2% quattro o più. I cumuli più frequenti sono: pensione di vecchiaia o anticipata + pensione ai superstiti (reversibilità); pensione di vecchiaia + invalidità civile/accompagnamento; due pensioni di vecchiaia maturate in gestioni diverse.
I pensionati rappresentano il 27,7% della popolazione residente italiana (16,3 mln su 58,9 mln).
23 mln pensioni vigenti vs 16,3 mln pensionati distinti. Cumulo medio 1,41. Fonte: INPS Osservatorio statistico 2024.
L'importo medio della singola prestazione è di circa 15.821 euro lordi annui (1.218 euro lordi al mese su 13 mensilità, dati INPS Osservatorio 2024). Il reddito medio del pensionato (che cumula in media 1,41 pensioni) è di circa 22.331 euro lordi annui.
Distribuzione delle 21,3 mln pensioni vigenti italiane in 5 classi di importo mensile. Il 45,7% non supera i 749 €/mese (include sociali e pensioni a basso reddito); solo il 6,5% supera i 3.000 €/mese. Fonte: INPS Osservatorio Pensioni Vigenti 1.1.2026, Tavola 13.
Reddito relativo degli over 66 vs popolazione totale (OCSE)
La metrica più chiara per misurare quanto i pensionati siano tutelati economicamente è il rapporto fra il reddito disponibile equivalente degli over 66 e quello della popolazione totale (OCSE, indicatore EDIOP "Equivalised disposable income of older people"). In Italia il reddito over 66 è pari al 98,8% di quello della popolazione totale (2022): gli anziani vivono in pratica con lo stesso reddito medio del resto della popolazione. Negli altri grandi paesi UE la stessa metrica è significativamente più bassa: Germania 86,6%, Svezia 88,9%, Paesi Bassi 81,2%, Belgio 76,2%. L'Italia è fra i paesi OCSE dove la "tutela del pensionato" è più alta in termini relativi.
iImporto medio della prestazione vs reddito medio del pensionato: cosa cambiaINPS Casellario 31/12/2023
Quando si parla di "pensione media" è necessario distinguere fra importo medio della prestazione (totale spesa / numero prestazioni) e reddito pensionistico medio per pensionato (totale spesa / numero pensionati, distintamente). I due valori si discostano perché ogni pensionato cumula in media 1,412 prestazioni:
22.919.888 prestazioni pensionistiche vigenti (al 31/12/2023), 347,032 mld di euro complessivi → 15.141 € annui lordi (1.165 €/mese su 13 mensilita) importo medio della prestazione
16.230.157 pensionati → 21.382 € annui lordi (circa 17.381 € netti, 1.645 €/mese su 13 mensilita) reddito pensionistico medio per pensionato
Il dato corretto da usare nei confronti distributivi è il reddito pensionistico per pensionato, non l'importo della singola prestazione. Le prestazioni fino al minimo (567,94 €/mese) sono 7,503 mln, ma i pensionati con reddito complessivo fino al minimo sono solo 2,208 mln (su 16,230 mln). Effetto cumulo: chi prende una pensione di reversibilità bassa può avere anche un'altra prestazione di vecchiaia, e la sua posizione nella distribuzione del reddito cambia.
Reddito previdenziale "puro": il vero ordine di grandezza
Escludendo le prime due classi di reddito (entro il minimo o sotto, riconducibili in larga parte a prestazioni a carattere integrativo o di reversibilità parziale), il reddito medio dei pensionati con storia contributiva piena sale a 29.019 € annui lordi (~21.213 € netti) contro i 21.382 € lordi del dato ufficiale. Il dato medio comprende soggetti molto diversi per carriera contributiva, età, tipologia di trattamento: l'aggregato lordo nasconde questa eterogeneità.
Inoltre, nel calcolo dei medi serve tenere conto che le pensioni di reversibilità sono frazionate fra contitolari (aliquote 20% al figlio, 30-60% al coniuge): mischiare pensioni dirette e reversibili al singolo livello di prestazione è fuorviante. Servirebbero medie separate per tipologia (vecchiaia, anticipata, reversibilità, invalidità, pensioni sociali) e per età del beneficiario (e.g. escludere i ~550 mila beneficiari di invalidità civile sotto i 40 anni e i ~32 mila superstiti orfani minori).
Fonte: elaborazione su INPS Casellario Centrale Pensionati 31/12/2023.
In parte sì. Lo slogan "ci pagano tutto" è falso, ma anche "danno un contributo marginale" è impreciso. Il XV Rapporto annuale sull'economia dell'immigrazione (Fondazione Leone Moressa, presentato al CNEL e alla Camera dei Deputati il 20 ottobre 2025, sintetizzato da Di Pasquale e Tronchin su Lavoce.info) fornisce il quadro aggiornato:
5,3 milioni cittadini stranieri residenti (8,9% della popolazione totale 2024); 6,7 milioni se si includono i naturalizzati nati all'estero (11,3%)
2,5 milioni occupati stranieri (10,5% del totale); 3,7 milioni inclusi naturalizzati (15,2%)
177 miliardi € di valore aggiunto prodotto dai lavoratori stranieri (9% del totale)
+1,2 miliardi € saldo netto positivo per le casse dello Stato (anno d'imposta 2023, entrate fiscali e contributive meno costi)
Età media stranieri 36,1 anni vs 47,1 italiani: da cui incidenza limitata sulla spesa pubblica strutturale
Dove gli stranieri producono valore aggiunto: agricoltura 18%, edilizia 16,4%, alberghi e ristorazione 12,5%. La segmentazione del mercato del lavoro è marcata: 30 su 100 addetti nelle professioni poco qualificate sono stranieri, solo 2,6 su 100 in quelle qualificate. Il 31,7% degli occupati stranieri è operaio/artigiano, 29,4% in mansioni poco qualificate, solo 9,1% in professioni qualificate o tecniche (vs 39,6% degli italiani). Fonte: Fondazione Leone Moressa, XV Rapporto annuale sull'economia dell'immigrazione 2025.
Costi e benefici per lo Stato: l'immigrazione incide solo per il 3,5% sulla spesa pubblica totale. Incidenze per voce: pensioni meno dell'1%, sanità meno del 5%, istruzione 11% (alunni stranieri), welfare assistenziale famiglia/figli/disoccupazione/malattia oltre il 17%. Sul fronte entrate, gli immigrati versano solo il 2,3% dell'IRPEF totale e generano il 3% del gettito IVA: il contributo potenziale resta in larga parte inespresso per via della concentrazione nelle fasce di reddito più basse.
€Tabella 3: stima entrate e uscite dovute alla presenza straniera (2023, mld €)Moressa / Lavoce.info
Dettaglio voce per voce delle entrate fiscali e contributive vs uscite per servizi e prestazioni attribuibili alla presenza straniera in Italia nell'anno d'imposta 2023. Saldo finale +1,2 miliardi €.
Fonte: elaborazione Fondazione Leone Moressa su dati MEF (Dipartimento delle Finanze), ISTAT e INPS. Tabella 3 del XV Rapporto annuale sull'economia dell'immigrazione (presentato al CNEL il 20/10/2025); ripreso in Di Pasquale e Tronchin, Lavoce.info, 21/10/2025.
La regolarizzazione strutturale dei flussi è la valorizzazione delle qualifiche sono leve necessarie. La RGS assume per il rientro post-2040 della spesa pensionistica 165 mila migranti netti l'anno per cinquant'anni (vedi Q12). Senza valorizzazione delle competenze e mobilità sociale, gli immigrati restano confinati nei segmenti meno qualificati: una loro promozione al "ceto medio" produrrebbe maggior PIL, consumi e entrate fiscali.
Nel dibattito politico italiano torna ciclicamente la proposta di "separare la spesa previdenziale da quella assistenziale" per dimostrare che il sistema pensionistico in senso stretto sarebbe sostenibile. La proposta fu sostenuta in modo trasversale (Lega, M5S nel contratto di governo Lega/M5S 2018, punto 16 "Previdenza"; oggi rilanciata dal sottosegretario Durigon). Brambilla / Itinerari Previdenziali stima spesso che, sottraendo le componenti assistenziali, l'onere previdenziale italiano scenderebbe dal ~16% al ~12% del PIL, in linea con la media UE.
Le simulazioni puntuali dicono altro: nelle stime INPS togliere l'assistenza pura sposta la spesa di soli 0,79 punti di PIL (da 15,16% a 14,37% nel 2018), e nella variante Catalfo-Orlando il range è 0,8-2,7 punti, non i 4 agitati dai "separatisti". Sotto vediamo perché la separazione contabile, da sola, sposta poco.
1. Cosa dice l'INPS (XXI Rapporto Annuale 2022)
L'INPS dedica una sezione al tema "Spesa previdenziale e spesa assistenziale" nel XXI Rapporto Annuale (p. 225). Punto chiave: "la rilevanza della distinzione sembra venir meno se si adotta una prospettiva europea, dove prevale l'analisi delle voci per «funzioni», secondo criteri contabili e statistici che prescindono dai concetti di previdenza e assistenza". Eurostat (ESSPROS) e la classificazione internazionale COFOG non separano previdenza e assistenza: classificano per funzioni (malattia, vecchiaia, superstiti, famiglia, disoccupazione, abitazione, esclusione sociale), perché molti interventi sono ibridi.
Il Rapporto INPS ricorda anche che la GIAS (Gestione Interventi Assistenziali, istituita nel 1989 proprio per separare nel bilancio le partite assistenziali) è un caso emblematico: dentro la GIAS si trovano un mix eterogeneo, assegni sociali e invalidità civili (assistenziali puri), ma anche copertura di deficit di gestioni pensionistiche, fiscalizzazione di sgravi contributivi, persino quote di alcune pensioni di dipendenti pubblici e autonomi. La GIAS, che doveva separare, finisce per mescolare.
Quantificazione INPS sul 2019 (pre-pandemia): la spesa pensionistica pubblica lorda era ~15% del PIL; escludendo le prestazioni strettamente assistenziali si scende al ~14,2% del PIL, solo un punto percentuale di PIL in meno, non i 4 punti agitati dai "separatisti".
2. Cosa dice la Commissione tecnica Catalfo-Orlando (2021)
Operazione "ambigua e di utilità limitata": la ripartizione fra previdenza e assistenza non è rilevante a livello europeo. "Non esiste una catalogazione della spesa in termini di previdenza e assistenza" nel sistema ESSPROS.
Non oggettiva, ma frutto di scelte politiche: "Fra le prestazioni rientranti nella previdenza e nell'assistenza non esistono confini chiari e netti, mentre chiaro e netto è il totale della spesa" (Rapporto finale, p. 5). Ogni definizione allarga o restringe l'area dell'una o dell'altra senza criterio univoco.
Tasse e tax expenditures: in Italia le pensioni sono tassate, mentre in alcuni Paesi no. Calcolare la spesa "al netto" delle imposte ha senso, ma va integrato con le tax expenditures (agevolazioni fiscali), che sono spesa sociale indiretta (Rapporto, p. 49).
Sostenibilità fiscale UE: "La distinzione tra spese di natura previdenziale e assistenziale non è rilevante ai fini delle procedure di sorveglianza multilaterale del semestre europeo e delle regole fiscali del Patto di Stabilità e Crescita" (Rapporto, p. 6). Quello che conta sono i dati complessivi.
Ripartizione vs piano di risparmio individuale: il sistema italiano è a ripartizione, non un piano di risparmio. I contributi obbligatori non sono accantonati in un conto personale ma confluiscono in un fondo comune. Nel 2019 i contributi coprivano solo il 76,3% della spesa previdenziale, il resto via imposte (Rapporto, p. 66). I contributi non sono "capitale individuale" ma parte di un patto collettivo.
3. Implicazioni
Tutto il welfare è un sistema di trasferimenti. Cambiare etichetta ad alcuni trasferimenti non ne cambia la natura economica né l'impatto fiscale. Le pensioni restano una questione di equilibrio fra generazioni, lavoro e risorse collettive, indipendentemente da come le si classifichi nel bilancio dell'INPS.
Tabella 11 (Catalfo-Orlando): la spesa pensionistica italiana cambia di 2,7 punti di PIL secondo la definizione
La stessa spesa pensionistica italiana del 2018 vale dal 17,9% al 15,2% del PIL a seconda di cosa si include. La spesa NON è una grandezza univoca: dipende da cosa si decide di chiamare "pensione".
Definizione
Voci incluse
% PIL 2018
Eurostat Funzioni Old age + Survivors + Disability
Tabella 19 (Catalfo-Orlando): Italia 27,9% lordo / 24,4% netto. Le tasse cambiano la classifica
Prestazioni sociali in rapporto al PIL, primi 10 paesi UE 2018. Italia è sesta nella graduatoria lorda (27,9%) ma scende all'ottava nella graduatoria netta (24,4%): -3,5 punti di PIL solo per effetto della tassazione delle prestazioni sociali.
Su mobile: visualizzazione classifica NETTO del prelievo. Per LORDO e dettaglio IVS, ruota schermo o vedi versione desktop.
Tabella 23 (simulazione INPS): togliendo l'assistenza pura si scende solo dello 0,79% di PIL
Simulazione INPS sull'ammontare della spesa pensionistica delle Amministrazioni Pubbliche 2018-2019, depurando voce per voce le componenti definite assistenziali (pensione sociale, assegno sociale, vitalizio, prestazioni Means-Tested). Conclusione: la spesa "previdenziale Non Means-Tested" è 14,37% nel 2018 (vs 15,16% complessiva), differenza di soli 0,79 punti di PIL. Non i 4 punti agitati dai sostenitori della separazione contabile.
Su mobile: solo dati 2018. Per 2019 ruota schermo o vedi versione desktop.
La proposta "separatista" rischia di essere una distrazione politica: distoglie l'attenzione dai veri problemi strutturali (longevità, produttività stagnante, calo demografico) per concentrarsi su una riclassificazione contabile che, nelle simulazioni INPS, vale meno di 1 punto di PIL. Non è da lì che si risolve la sostenibilità del sistema pensionistico italiano.
Retributivo (anzianità maturata prima del 1995): pensione calcolata sulla retribuzione media degli ultimi anni di lavoro, disancorata dai contributi. Sistema generoso.
Misto (chi ha iniziato a lavorare prima del 1996): retributivo fino al 1995, contributivo dal 1996.
Contributivo puro (entrati nel mondo del lavoro dal 1996): pensione dipende dal montante contributivo capitalizzato alla media quinquennale del PIL nominale.
La transizione è graduale: lo stock di pensioni in essere in regime retributivo o misto continuerà a erogare per decenni.
Distribuzione attuale delle pensioni IVS per regime di calcolo
Sulle 16,85 mln pensioni IVS vigenti al 1.1.2025, il retributivo puro rappresenta ancora il 48,7% del totale (8,2 mln pensionati, età media 81,5 anni, in esaurimento), il misto Dini il 14,5% (2,4 mln, età media 68 anni), il misto Monti-Fornero l'8,0%, il contributivo puro solo il 5,7% (1,0 mln, perché chi è entrato nel mercato del lavoro dal 1996 ha ancora pochi anni di pensione maturata), il resto sono gestioni sostitutive/totalizzazione/cumulo.
iCome si calcola la pensione in ciascun regime: formule e parametri operativi
Retributivo (per anzianità maturate fino al 31 dicembre 1995) Formula: Pensione annua = retribuzione pensionabile media (RMP) × aliquota di rendimento × anzianità contributiva Retribuzione pensionabile (RMP): regola pre-1993 - media degli ultimi 5 anni per dipendenti privati, ultimo anno per dipendenti pubblici, ultimi 10 anni per autonomi. Dalla riforma Amato 1992 (D.lgs. 503/1992), per anzianità maturate dal 1993 in poi: 10 anni privati, 10 anni pubblici, 15 anni autonomi. Gli "ultimi" anni della carriera sono di norma i più alti, da cui la generosità del meccanismo. Aliquota di rendimento: 2% all'anno di contributi, fino a un massimo di 40 anni (rendimento massimo 80% della RMP). Per redditi sopra una soglia indicizzata l'aliquota scende progressivamente (1,5%, 1,25%, 1%). Caratteristica strutturale: disancorata dai contributi effettivamente versati. Un dirigente con 40 anni di contributi a stipendi medio-bassi e scatto retributivo negli ultimi anni riceve molto più di quanto ha versato. È il motivo della spesa "extra" stimata nell'eccesso retributivo (vedi Q9 step 8 e Q16).
Misto (lavoratori in attività prima del 1° gennaio 1996 e nuovi assunti fino al 31 dicembre 1995) Formula: Pensione = quota retributiva (anzianità fino al 1995) + quota contributiva (anzianità dal 1996) Pro-rata: Originariamente con almeno 18 anni di anzianità al 1995, il regime restava integralmente retributivo fino al 2011. La riforma Fornero 2012 ha introdotto il pro-rata anche per loro: dal 2012 la quota maturata e contributiva, indipendentemente dai 18 anni. Effetto sul percepito: una persona che ha lavorato dal 1980 al 2025 con 45 anni di anzianità avrà circa 35% della pensione calcolata in retributivo (anni 1980-1995) e 65% in contributivo (1996-2025). La perdita rispetto al retributivo puro varia col profilo di carriera, tipicamente -10/-20%.
Contributivo puro (per chi e entrato nel mondo del lavoro dal 1° gennaio 1996) Formula: Pensione annua = montante contributivo × coefficiente di trasformazione Montante contributivo: somma dei contributi accantonati anno per anno (aliquota 33% sulla retribuzione lorda per dipendenti privati, di cui 23,81% a carico dell'azienda e 9,19% a carico del lavoratore), capitalizzati al tasso di crescita del PIL nominale (media mobile a 5 anni). Massimale contributivo: 103.055 € nel 2024 (oltre questa soglia non si versano contributi previdenziali e non si accumula montante). Coefficiente di trasformazione: moltiplicatore che converte il montante in rendita vitalizia, varia con l'età di pensionamento. Aggiornato per legge ogni 3 anni in base all'aspettativa di vita ISTAT. Valori 2025-2027: 5,275% a 67 anni; 4,790% a 65; 5,723% a 70. A 70 anni si converte il 5,72% del montante l'anno; a 65 il 4,79%, +/-19% di differenza solo per 5 anni di anticipo. Esempio numerico: lavoratore con stipendio medio 30.000 € lordi/anno per 40 anni → montante nominale ~400.000 € capitalizzato. A 67 anni con coefficiente 5,275%: pensione lorda annua ~21.100 € (1.624 €/mese su 13 mensilita), tasso di sostituzione lordo ~70% dell'ultimo stipendio (variabile con la traiettoria di carriera).
Logica complessiva: il retributivo è politicamente generoso ma insostenibile con demografia sfavorevole, il contributivo è attuarialmente equilibrato ma genera pensioni più basse a parità di carriera. Il misto è il compromesso di transizione. L'Alternativa B della Q18 propone di accelerare la convergenza al contributivo per tutte le coorti.
Domanda 9
Ma le pensioni italiane sono generose? Il calcolo del "furto intergenerazionale"
Lo slogan "la mia pensione me la sono pagata con i contributi versati durante i 40 anni di lavoro" e debole e spesso falso. Per un lavoratore tipo dell'industria privata (caso medio fortunato, tutti gli altri stanno peggio) i conti non tornano. La diagnosi e dettagliata nella dashboard Furto pensionistico (elaborazione su dati ISTAT tavole di mortalita + INPS aliquote contributive storiche + retribuzioni contrattuali industria ISTAT IPSC).
La simulazione e le sue ipotesi
Lavoratore tipo: dipendente industria, entrato a 20 anni nel 1985, esce a 60 nel 2024 (40 anni di carriera)
Crescita salariale: dinamica reale AMECO HWC2W industria Italia 1985-2024 (grafico Step 1)
Aliquota IVS: serie storica anno per anno dal 24,5% (1985) al 33% (2024) (grafico Step 2)
Capitalizzazione contributi: tasso di crescita PIL nominale Italia (regola Dini NDC) (grafico Step 3)
Step 1 · Il salario lungo la carriera (1985-2024)
Partiamo dallo stipendio iniziale 100 nel 1985. Il salario nominale del settore industria in Italia è cresciuto in 40 anni con la dinamica AMECO HWC2W: ~x4,2 in termini nominali (crescita media annua ~3,7%). Lo stipendio finale nel 2024 a 60 anni è ~420 (indice 100 → 420).
Su ogni stipendio annuale ha versato l'aliquota IVS, che è cambiata nel tempo: 24,5% nel 1985, 27,2% nel 1995, 32,7% post-riforma Dini, 33% dal 2007. Aliquota media storica lungo la carriera 1985-2024: ~29%.
Step 3 · Il montante capitalizzato al tasso PIL nominale
I contributi vengono capitalizzati al tasso di crescita del PIL nominale (regola NDC): cioè ogni euro versato ieri "vale di più" oggi proporzionalmente alla crescita del PIL. PIL nominale Italia: da ~445 mld € nel 1985 a ~2.200 mld € nel 2024, x4,9 in 40 anni (crescita media ~4,1% annuo nominale 1985-2024).
Combinando salari × aliquote × capitalizzazione PIL nominale, il montante contributivo accumulato dopo 40 anni di lavoro è:
M ≈ 5.000 unità di stipendio iniziale
In altri termini: 50 volte lo stipendio iniziale del 1985, o circa 11,9 volte l'ultimo stipendio del 2024 (5.000 / 420).
Step 5 · Quanti anni vivrà in pensione?
Il lavoratore ha iniziato a 20 anni e va in pensione a 60. Quanto vivrà ancora? Speranza di vita residua a 60 anni nel 2024 (ISTAT tavole di mortalità):
Uomini: ~23 anni → vivrà mediamente fino a 83
Donne: ~27 anni → vivrà mediamente fino a 87
Media uomini+donne: ~25 anni
In un sistema contributivo puro la pensione annua si ottiene dividendo il montante per gli anni che ci si aspetta di vivere in pensione. Logica: il montante è il "salvadanaio" del lavoratore, va distribuito uniformemente su tutta la pensione attesa.
Nota sulle unità: tutte le grandezze sono espresse in unità di stipendio iniziale del 1985 (base 100). Il montante 5.000 vuol dire "50 volte lo stipendio iniziale 1985"; lo stipendio finale 420 vuol dire "4,2 volte lo stipendio iniziale 1985". La pensione annua di 200 unità si confronta con lo stipendio finale di 420 per ottenere il tasso di sostituzione (rapporto pensione/ultimo stipendio).
Pensione annua contributivo puro = Montante / Anni di pensione attesi = 5.000 / 25 = 200 unità di stipendio iniziale
Cioè ogni anno il pensionato riceve 200 unità (in unità di stipendio iniziale 1985).
Per capire quanto vale questa pensione rispetto all'ultimo stipendio (che era 420 nel 2024, dopo 40 anni di crescita salariale), si calcola il tasso di sostituzione come rapporto fra la rata annua della pensione e l'ultimo stipendio annuo:
La pensione annua vale meno della metà dello stipendio annuo finale. Il montante intero (5.000) "compra" 25 anni di pensione a 200 unità l'anno: equivale a 11,9 anni di stipendio finale (5.000/420) distribuiti su 25 anni di vita residua.
Step 6 · Cosa dice invece il sistema italiano attuale (RGS)
Il sistema italiano è "contributivo" per nome, ma con un meccanismo che riconosce di più rispetto al puro Montante/Vita residua. Il coefficiente di trasformazione italiano è maggiorato: a 67 anni vale 5,275% del montante (Tabella INPS 2025-2027), contro il 1/vita_residua che con ~24-25 anni di vita attesa darebbe circa il 4%.
Le proiezioni RGS Rapporto 26/2025 (p. 517, Tab. D.1.1.1.a) per un lavoratore dipendente privato con 40 anni di anzianità contributiva stimano un tasso di sostituzione lordo del 75,9% al 2030 e 61,2% al 2070 (scenario Hp. base).
Tabella RGS Rapporto 26/2025 D.1.1.1.a · Dipendenti privati, tasso di sostituzione lordo per anzianità contributiva ▾
Per il nostro lavoratore tipo a 60 anni con 40 anni di contributi, applicando i coefficienti italiani estrapolati al pensionamento anticipato, il tasso di sostituzione si colloca in un range 58-62%.
Differenza italiano vs contributivo puro: ~61% (RGS 2070, 40 anni) − ~47% (puro) = +14 punti
Il sistema italiano riconosce al pensionato circa 14 punti percentuali in più di tasso di sostituzione rispetto a quanto matematicamente garantiscono i contributi versati. Differenza pagata dai contribuenti attuali (vedi paradosso "tasso di sconto 1,5% non applicato", Q10).
Step 7 · E nel regime retributivo (chi è andato in pensione fino al 2011)?
Il sistema retributivo non guarda i contributi: calcola la pensione come percentuale dell'ultimo stipendio, in proporzione agli anni lavorati.
Formula retributivo: Pensione = ultimo stipendio × 2% × anni di lavoro, con un massimo del 80% (a 40 anni di lavoro).
Tasso di sostituzione retributivo = 2% × 40 anni = 80% dell'ultimo stipendio
Il retributivo riconosce +136 unità di pensione all'anno in più rispetto al contributivo puro, a parità di contributi versati. È circa il +68% in più di pensione, perché la formula non tiene conto del rapporto matematico fra quanto si è messo dentro (contributi) e quanto si tira fuori (pensione).
Differenza retributivo vs contributivo puro: 80% − 47% = +33 punti. Il retributivo riconosce 33 punti percentuali in più rispetto a quanto i contributi avrebbero generato in regime contributivo puro.
Step 8 · Quanto pesa questo "regalo" sul totale del sistema
Il calcolo individuale (un singolo lavoratore tipo) diventa importante quando lo moltiplichi per milioni di pensioni. Vediamo i 4 regimi attualmente in pagamento (XIII Rapporto Itinerari Previdenziali, Tab. 2.20, al 1.1.2025):
Retributivo puro: 8,20 mln pensioni, spesa annua ~127 mld € lordi (vedi Q8). Sono pensionati che hanno tutto il periodo di carriera pre-1996 e che hanno preso la pensione prima della riforma Fornero. Delta vs contributivo puro: 33/80 ≈ 41% della spesa, cioè ~52 mld/anno che non sarebbero stati pagati con un sistema attuariale puro (stima cautelativa: la pensione media effettiva pondera carriere parziali).
Misto Dini (chi era in attività prima del 1996 con almeno 18 anni di contributi): 2,44 mln pensioni, ~10,5% della spesa. La quota retributiva pre-1996 pesa per il 60-70% del montante. Delta vs contributivo puro: 15-20 punti di tasso di sostituzione, traducibile in ~8-12 mld/anno di trasferimento extra.
Misto Monti-Fornero (chi lavorava al 31/12/2011): 1,34 mln pensioni, ~6% della spesa. Quota retributiva fino al 31/12/2011 più piccola, delta più contenuto: ~2-4 mld/anno.
Contributivo puro (entrati nel mercato del lavoro dal 1996): 0,95 mln pensioni, 4,5% del totale. Sono "neutrali" sulla formula, ma con il problema dei coefficienti maggiorati senza compensazione via indicizzazione PIL (vedi Q10).
Trasferimento extra totale dal sistema vs contributivo puro: ~60-70 mld/anno a regime
Di cui ~52 mld dal retributivo puro, in esaurimento per ragioni anagrafiche ma che copre ancora oltre il 37% della spesa pensioni IVS al 1.1.2025. È il "delta intergenerazionale" che pagano i contribuenti attuali per garantire pensioni non legate ai contributi versati dai pensionati di oggi.
Obiezione: "in un sistema a capitalizzazione il montante continua a crescere anche dopo il pensionamento" ▾
L'obiezione è tecnicamente fondata. Negli Step 4-7 il confronto si chiude al momento del pensionamento, ma in un sistema a capitalizzazione il capitale residuo non distribuito continua a generare rendimento. Il paragone, per essere onesto, va portato su tutti gli anni di pensione attesa.
Anche in Italia, però, la pensione cresce dopo il pensionamento: è rivalutata ogni anno all'inflazione (perequazione automatica, art. 11 D.lgs. 503/1992). Funziona come se il montante fosse stato convertito in una rendita indicizzata all'inflazione, un equivalente attuariale di un titolo di Stato indicizzato a scadenza lunga.
Stress test con ipotesi conservativa. Inflazione 2% annuo. Per stare prudenti assumiamo che la pensione retributiva venga rivalutata solo al 50% dell'inflazione (cresce all'1%): è un'ipotesi pessimistica, perché la legge prevede indicizzazione piena fino a 4 volte il minimo INPS (~2.400 €/mese lordi nel 2025), poi gradini decrescenti per le fasce superiori (l. 213/2023, c. 309-310). Il "capitale" del lavoratore contributivo puro lo facciamo invece crescere al 2% pieno, come se il montante non distribuito continuasse a capitalizzare al tasso di inflazione.
Le righe intermedie sono il valore della pensione in quel singolo anno, non un cumulato: la rivalutazione si applica anno per anno con interesse composto su tutti i 20 anni di pensione attesa. La riga "Totale 20 anni" è la somma dei 20 valori annuali (anni 0-19), non solo dei 5 punti visualizzati.
Anno di pensione
Retributiva, valore puntuale (riv. 1%)
Contributiva pura, valore puntuale (riv. 2%)
Differenza
0 (60 anni)
336,0
200,0
+136,0
5 (65 anni)
353,1
220,8
+132,3
10 (70 anni)
371,2
243,8
+127,4
15 (75 anni)
390,1
269,2
+120,9
20 (80 anni)
410,0
297,2
+112,8
Totale 20 anni (somma)
7.398
4.859
+2.539 (+52%)
Anche con questa ipotesi pessimistica sulla rivalutazione, il pensionato retributivo riceve in 20 anni di pensione 2.539 unità in più del pensionato contributivo puro, cioè il 52% in più. Il differenziale nominale cala da 136 a 113 ma resta robusto: non viene azzerato dalla rivalutazione asimmetrica. In valore presente (sconto 2%) la pensione retributiva vale 6.129 unità contro 4.000 della contributiva, differenziale 2.129 (+53%).
L'ipotesi 50% è già super-conservativa: la quasi totalità delle pensioni in pagamento sta sotto i 4 volte il minimo, quindi ha indicizzazione piena al 100%. Inoltre la perequazione si applica anche alle pensioni di reversibilità e ad altri assegni collegati (integrazione al minimo, maggiorazioni sociali, quattordicesima oltre soglia), che vengono rivalutati separatamente: il quadro reale è ancora più sbilanciato verso il pensionato.
Quanto dovrebbe scendere la pensione retributiva per pareggiare il contributivo puro?
Pareggio del valore finale (anno 20). La pensione contributiva pura, partendo da 200 e rivalutata al 2%, arriva a 297,2 nel 20° anno. Affinché la retributiva da 336 ci arrivi anch'essa a 20 anni, dovrebbe scendere a un tasso nominale di -0,61% all'anno (cioè -2,61% reale, con inflazione 2%). Cioè non rivalutazione piena, non rivalutazione al 50%, ma cala lentamente del 0,6% nominale ogni anno fino ad allinearsi alla contributiva solo al ventesimo anno.
Pareggio del totale erogato sui 20 anni. Anche con il taglio nominale dello 0,61% all'anno, il totale erogato dalla retributiva nei 20 anni resta 6.343 unità contro le 4.859 della contributiva (+30,5%). Per azzerare anche la spesa cumulata servirebbe un taglio nominale di -3,58% all'anno (-5,58% reale), che porterebbe la retributiva da 336 a 162 in vent'anni: una pensione che si dimezza nominalmente e si riduce a un terzo in termini reali.
Nessuna riforma italiana ha mai proposto un taglio nominale strutturale di questa entità. Le rivalutazioni "raffreddate" del 2012, 2014, 2019, 2022-2023 hanno operato riduzioni percentuali una tantum sull'indice ISTAT applicato, mai un taglio nominale ricorrente sull'importo della pensione.
Esempio illustrativo a parità di pensionato vivo per 20 anni, con stipendio iniziale 1985 = 100. Le grandezze sono espresse in unità di stipendio iniziale (vedi nota Step 5). La somma 7.398 e 4.859 è il totale erogato non scontato. Il calcolo assume una pensione retributiva al 80% dell'ultimo stipendio (Step 7) e una contributiva pura al 47% (Step 5).
La perequazione è l'aggiornamento annuale delle pensioni all'inflazione.
In Italia la perequazione è piena fino a 4 volte il trattamento minimo INPS (2.394,44 € lordi mensili al 31/12/2024), poi ridotta a scaglioni. Punto chiave spesso ignorato: la soglia si applica al singolo trattamento pensionistico, non al reddito complessivo del pensionato. Un pensionato con 1,41 trattamenti medi (cumulo strutturale, vedi Q2) può ricevere perequazione piena su ciascuna pensione separatamente, anche se la somma supera la soglia di 4× minimo. È un effetto distributivo non trascurabile: chi cumula più trattamenti gode di una protezione inflattiva maggiore di chi ha una sola pensione di importo equivalente alla somma cumulata. La Corte Costituzionale con sentenza 167/2025 ha confermato che il legislatore può modulare la perequazione purché in modo proporzionato e differenziato per scaglioni, non con tagli orizzontali uniformi.
Come funziona la perequazione 2025
Nel 2025 il sistema applica tre aliquote di rivalutazione (l. 213/2023, art. 1 c. 309-310, prorogata dalla legge di bilancio 2025) sull'inflazione provvisoria 2024 dello 0,8%:
Fascia di pensione lorda mensile
% indice ISTAT
Rivalutazione effettiva 2025
fino a 4× TM (≤ 2.394,44 €)
100%
0,800%
da 4× a 5× TM (2.394,45 - 2.993,04 €)
90%
0,720%
oltre 5× TM (≥ 2.993,05 €)
75%
0,600%
Trattamento Minimo INPS provvisorio 2025 = 603,40 €/mese (598,61 € definitivo 2024 × 1,008). Rivalutazione straordinaria del TM al 2,2% porta il minimo a 616,67 €. Fonte: XIII Rapporto Itinerari Previdenziali, Tab. A.3.
Il dettaglio che pesa: per "scaglioni" e non per "fasce"
La l. 213/2023 specifica che le aliquote si applicano in misura proporzionale all'ammontare del trattamento da rivalutare, ovvero per scaglioni e non per fasce. Significa che ogni pensione viene rivalutata a strati: la prima quota fino a 2.394,44 € sempre al 100%, la quota fra 2.394,45 e 2.993,04 € al 90%, l'eccedenza al 75%. È la logica degli scaglioni IRPEF applicata alla perequazione.
La differenza con un sistema per fasce (come applicato dalla legge di bilancio 2023 sulle pensioni oltre 4× minimo) è sostanziale: in quel sistema l'aliquota della fascia di appartenenza si applica all'intera pensione, non solo alla quota eccedente la soglia. Una pensione di 6.000 € lordi al mese subiva la riduzione al 32% su tutto l'importo, non solo sulla parte oltre 5× minimo.
Per fasce (75% pieno sull'intera pensione perché >5× TM): 75% × 2% × 6.000 = 90,0 €/mese, rivalutazione effettiva 1,50% (75% dell'indice).
Vantaggio per scaglioni: +13,8 €/mese, +15,3% di rivalutazione in più rispetto a per fasce.
Il sistema per scaglioni produce un doppio regalo ai pensionati medio-alti.
Primo regalo: la prima fetta di pensione fino a 2.394 € viene rivalutata al 100% dell'indice ISTAT anche per chi prende 6.000 o 10.000 € di pensione totale, dove quella fetta non è più consumo di sussistenza ma una frazione di risparmio aggregato. Il risultato matematico è che la rivalutazione effettiva delle pensioni medio-alte resta intorno all'85% dell'indice ISTAT, contro il 75% pieno che si applicherebbe in un sistema per fasce. Tradotto in spesa pubblica: a parità di inflazione 2%, ogni 100.000 pensioni da 6.000 € lordi/mese costa al sistema ~16,5 mln €/anno in più con perequazione per scaglioni rispetto a per fasce (13,77 € × 100.000 × 12).
Secondo regalo: l'indice ISTAT usato per perequare le pensioni (FOI) si basa sul paniere medio di una famiglia di operai e impiegati, non sul paniere effettivo di un pensionato medio-alto. Il pensionato italiano sopra 4× minimo è tipicamente proprietario della prima casa (~80% degli over 65, ISTAT 2024), si serve di sanità pubblica e detrazioni fiscali, non sostiene commuting né spese di formazione professionale, ha propensione marginale al consumo strutturalmente bassa. La sua inflazione effettiva è sistematicamente inferiore all'indice FOI (vedi più avanti il box "Paniere FOI e propensione al consumo dei pensionati"). Quindi anche la rivalutazione del 75% sulla quota alta è in larga misura già superiore all'inflazione realmente subita dal suo paniere di consumo: l'erosione reale del potere d'acquisto, su quella fascia, è probabilmente vicina a zero o positiva.
Indicizzazione piena vs HLY 10 anni: dove convieni investire
La speranza di vita in buona salute (HLY) a 65 anni è in Italia di soli 10,8 anni (vedi Q1 fig01b): su una speranza di vita residua a 65 di ~21 anni, oltre la metà degli anni "residui" è vissuta in stato di salute compromessa, con domanda crescente di assistenza sanitaria e di Long Term Care. Le proiezioni RGS 26/2025 indicano che la spesa per sanità e LTC age-related crescerà di +1,5 punti di PIL al 2050 (da 7,1% a 8,6% circa), proprio per effetto dell'invecchiamento.
Implicazione di policy: una quota del bilancio dedicato alla perequazione piena di pensioni medio-alte produce trasferimento monetario al pensionato, che ha bassa propensione marginale al consumo (le pensioni medio-alte si traducono in larga parte in risparmio, non in domanda aggregata). La stessa quota dedicata a sanità e LTC produce servizi reali consumati: domanda di personale sanitario qualificato, posti letto RSA, dispositivi, farmaci, infermieri di prossimità. I servizi sono nel PIL come valore aggiunto effettivo, generano occupazione qualificata e contributi previdenziali ritorno. I trasferimenti monetari finiscono in larga parte in conti correnti o BTP. A parità di euro speso, il moltiplicatore fiscale dei servizi sanitari è circa 1,2-1,5; quello dei trasferimenti monetari ai pensionati 0,3-0,5 (riferimenti: OCSE "Fiscal multipliers and policy mix" 2014, IMF WEO 2014). Per i pensionati anziani in cattiva salute (i 10+ anni di vita residua oltre HLY), un euro in sanità migliora direttamente il benessere; un euro in più di pensione perequata produce risparmio aggiuntivo.
Il paradosso italiano: coefficienti maggiorati ma indicizzazione ai prezzi
La riforma Dini del 1995 ha adottato la regola di calcolo del sistema NDC (montante × coefficiente di trasformazione) ma non la regola di indicizzazione coerente con esso. Nel modello NDC originale (applicato in Svezia, con varianti in Norvegia e Lettonia), le pensioni dovrebbero essere indicizzate alla crescita del salario medio o del PIL nominale, scontata di un tasso di "trade off", per estendere ai pensionati lo stesso tasso d'interesse riconosciuto ai contributi degli attivi (principio Samuelson-Aaron: in un sistema PAYG il tasso sostenibile è la crescita del monte salari).
Nel 1995 fu scelto di mantenere l'indicizzazione ai soli prezzi (regola Amato 1992) ma di maggiorare i coefficienti di trasformazione nel presupposto di un'indicizzazione PIL scontata di 1,5 punti. Lo sconto non è mai stato applicato: i coefficienti restano maggiorati ma le pensioni vengono indicizzate solo all'inflazione. Nelle revisioni dei coefficienti compare imperterrita la nota "tasso di sconto = 1,5 per cento" che documenta il paradosso.
!L'inflazione non colpisce tutti allo stesso modo: i 3 indici ISTAT e perché FOI sottostima i pensionati a basso redditoISTAT NIC / FOI / IPCA
La rivalutazione delle pensioni e ancorata a un indice dei prezzi al consumo. Ma ISTAT pubblica tre indici diversi, ognuno con un paniere diverso, e la scelta dell'indice ha effetti distributivi importanti.
I tre indici ISTAT
Indice
Paniere di riferimento
Usato per
NIC (Nazionale Intera Collettivita)
Consumi medi dell'intera popolazione residente
Politica economica generale, contratti pubblici, analisi macro ISTAT
FOI (Famiglie di Operai e Impiegati), al netto dei tabacchi
Consumi dei nuclei familiari con capofamiglia operaio o impiegato (~60% delle famiglie italiane)
Rivalutazione PENSIONI, affitti, assegni di mantenimento, TFR
IPCA (armonizzato europeo)
Definizione comune Eurostat, esclude lotterie e giochi, include sconti stagionali sui saldi
Confronti UE, criteri di convergenza, rinnovi contratti collettivi privati
Paniere FOI e propensione al consumo dei pensionati
Il paniere FOI riflette i consumi tipici di una famiglia di lavoratori dipendenti, ma non quelli di un pensionato in età avanzata. La differenza chiave è nella composizione delle voci di spesa:
Un pensionato anziano spende una quota maggiore del reddito in alimentari di base, sanità, farmaci, energia (gas/luce/riscaldamento)
Spende una quota minore in elettronica, trasporti, abbigliamento, ristorazione, viaggi, affitti (la stragrande maggioranza dei pensionati italiani è proprietaria della prima casa, quota proprietari over 65 ~80% ISTAT)
Bassa propensione al consumo dei pensionati medio-alti: i pensionati italiani, soprattutto quelli con reddito sopra il minimo, hanno una propensione marginale al consumo strutturalmente più bassa di un lavoratore attivo. Le ragioni: assenza di spese per produrre il reddito (no commuting, no formazione professionale, no spese variabili da carriera), proprietà prevalente dell'abitazione (niente affitto/mutuo), spese sanitarie largamente coperte dal SSN e dalle detrazioni fiscali (vedi sezione tax expenditures in Q15). Un euro in più di pensione perequato si traduce in larga parte in risparmio (BTP, conti correnti, lasciti) anziché in domanda aggregata.
Conseguenza per la perequazione: l'indicizzazione piena al FOI per pensioni di importo medio-alto è un trasferimento di risorse dai lavoratori attivi ai pensionati che non genera moltiplicatore aggregato. Lo stesso euro investito su servizi sanitari, LTC, o sull'aumento dei salari netti dei lavoratori produce attività economica reale (vedi box "HLY 10 anni" sopra). Il dibattito sulla perequazione delle pensioni medio-alte va inquadrato anche in questa chiave macroeconomica, non solo in termini di "tutela del potere d'acquisto".
ISTAT pubblica un indicatore complementare, "L'inflazione per famiglie a diverso livello di spesa", che misura il NIC scomposto per cinque quintili di spesa familiare. Permette di documentare empiricamente la diversa esposizione all'inflazione fra fasce di reddito.
iLe tre vie d'uscita dal paradosso (Bevilacqua-Gronchi)Sistema NDC
Bevilacqua e Gronchi indicano tre strade per uscire dal paradosso, ciascuna con un trade-off diverso fra coefficienti, indicizzazione e potere d'acquisto:
1) Indicizzazione al PIL scontata di 1,5 punti (modello svedese) Le pensioni si rivalutano al PIL nominale meno 1,5 punti. Preserva la maggiorazione attuale dei coefficienti. Limite: esposizione ad erosione del potere d'acquisto se l'inflazione supera il PIL nominale (caso 2010-2026, dimostrato dalla prima riga della tavola 2 nell'articolo). La Svezia ha dovuto adottare compensazioni fiscali quando l'inflazione ha eroso le pensioni.
2) Indicizzazione al PIL scontata di 0,75 punti (modello norvegese) Sconto più prudente. Riduce significativamente il rischio di erosione del potere d'acquisto, ma consente solo una maggiorazionè ridotta dei coefficienti. Il risultato netto è una pensione iniziale più bassa ma più stabile nel tempo.
3) Indicizzazionè piena al PIL (no sconto) Produce i migliori effetti sul potere d'acquisto ma impedisce qualsiasi maggiorazione dei coefficienti. La pensione iniziale sarebbe coerente con la pura corrispettività attuariale (montante diviso speranza di vita residua), senza il "premio" oggi incorporato nei coefficienti.
Punto chiave: il paradosso italiano è una rendita di posizione del passato che non potrà durare. Per chi va in pensione dopo il 2050 (interamente contributivo), l'indicizzazione ai soli prezzi con coefficienti maggiorati produce squilibri attuariali crescenti. La sentenza 167/2025 ha già segnalato la "cautela" che il legislatore dovrà usare per i futuri pensionati contributivi: è un richiamo implicito alla necessità di rivedere insieme regola di calcolo e regola di indicizzazione. Vedi anche analisi Reforming.it sulla Corte e l'indicizzazione.
I regimi di anticipazione 2019-2024 hanno generato un costo aggiuntivo stimato in 1,4-2,2 miliardi all'anno a regime. Non hanno aumentato l'occupazione giovanile.
Lo stock cumulato di anticipate 2019-2025 e stimato fra 600.000 e 750.000 uscite addizionali, per un costo previdenziale cumulato di 11-14 miliardi sul flusso futuro.
!Quota 100 doveva creare lavoro per i giovani: cosa dicono i dati 2019-2021INPS / Corte Conti / Banca d'Italia
La promessa politica con cui Quota 100 e stata venduta nel 2019 era il "ricambio generazionale": ogni anziano che usciva prima avrebbe aperto un posto a un giovane. Salvini parlava di un milione di nuovi assunti, e a ottobre 2021 dichiarava che "200.000 giovani avevano iniziato a lavorare grazie a Quota 100". I dati ufficiali raccontano un'altra storia.
I numeri reali
Domande Q100 accolte al 31/08/2021: ~341.000 (su 430k domande presentate) vs il milione promesso da Salvini a febbraio 2019
Corte dei Conti, Rapporto 2020 sul coordinamento di finanza pubblica: tasso di sostituzione (ricambio nuovi pensionati / neo-assunti) stimato al 40%. Meno di un assunto ogni due pensionati. Applicato alle 341 mila uscite, da ~136 mila posti di lavoro liberati e riempiti, anche assumendo tutti giovani.
Banca d'Italia, Bollettino economico n. 1/2020: le maggiori uscite dal mercato del lavoro legate a Quota 100 sarebbero state compensate solo parzialmente da nuove assunzioni; l'impatto stimato sull'occupazione complessiva era nell'ordine di -0,4 punti percentuali. Il risultato è coerente con le stime della Corte dei conti su un turnover molto inferiore a uno-a-uno e con il blocco temporaneo delle assunzioni in alcuni comparti pubblici nel 2019.
INPS, XX Rapporto Annuale (luglio 2021): "non appaiono evidenze chiare di uno stimolo a maggiori assunzioni". Curva delle assunzioni nel privato appiattita aprile 2019 - dicembre 2020. Effetto sul turnover "poco significativo".
Perché il ricambio generazionale non funziona automaticamente
Il modello implicito ("anziano esce, giovane entra") presuppone sostituibilita perfetta fra lavoratore senior e lavoratore junior, e costo del lavoro costante. Nessuna delle due ipotesi regge sui dati italiani:
Skill mismatch: un caporeparto con 35 anni di esperienza non viene sostituito 1:1 da un neoassunto, ma da una riorganizzazione che spesso elimina la posizione o redistribuisce i compiti su altri senior
Risparmio di costo: per le aziende, sostituire un dipendente prossimo alla pensione con uno nuovo significa risparmiare. Non c'e obbligo di sostituzione, e i fondi liberati spesso vengono usati per investimenti tecnologici o utili, non per nuove assunzioni
Effetto su PMI: nelle imprese sotto i 15 dipendenti l'uscita di un anziano è spesso definitiva, senza sostituzione, perché il datore non può permettersi un nuovo contratto a tempo indeterminato
Pubblico: blocco del turnover decennale e vincoli di spesa fanno si che ogni uscita di un dipendente pubblico generi al massimo un sostituto a turnover ridotto (50-75%)
Cosa hanno generato davvero le Quote: un costo previdenziale cumulato 11-14 mld a fronte di un effetto occupazionale "poco significativo" (parole INPS). E una redistribuzione fra coorti: ha permesso a una frazione di lavoratori 62-65 anni con carriere lunghe di uscire prima, ma non ha aperto posti per i giovani come promesso. Il problema strutturale dell'occupazione giovanile italiana ha cause diverse (vedi Lavoro giovani vs over 55 e Fuga dei cervelli).
Le proiezioni RGS Rapporto 26/2025, in linea con l'Ageing Report 2024, prevedono il picco a 17,1% del PIL nel 2040, poi una discesa fino a 14% del PIL nel 2070.
Il calo dopo il 2040 non è scontato. Dipende da due famiglie di ipotesi tutte ottimistiche.
Tre ipotesi sotto controllo del legislatore: coefficienti di trasformazione aggiornati ogni due anni; adeguamento automatico dell'età all'aspettativa di vita; nessun nuovo canale di anticipazione.
Tre ipotesi macro-demografiche fuori controllo politico:
Produttivita del lavoro. La RGS assume 0,92% annuo nel 2030-2040 e 1,34% nel 2040-2070. Negli ultimi dieci anni la produttività italiana è cresciuta solo dello 0,12%. La RGS ipotizza dunque una produttività nove volte superiore al valore degli ultimi anni.
Fertilita. Italia 1,20 figli per donna nel 2023. RGS ipotizza convergenza a 1,28 entro il 2030 e ulteriori miglioramenti verso il 2070.
Migrazione netta. RGS assume 165 mila persone l'anno, cumulati in oltre 6 milioni di immigrati netti 2022-2070.
Il picco del 2040 va pagato comunque: tagliando altre voci di spesa pubblica, aumentando la pressione fiscale, oppure emettendo nuovo debito. Un aggiustamento ordinato deciso oggi consente di scegliere la combinazione meno dolorosa.
No. L'Ageing Report 2024 decompone la spesa "age-related" in cinque voci: pensioni, sanità, assistenza di lunga durata (LTC), istruzione, sussidi di disoccupazione.
Mentre la spesa pensionistica scende dopo il 2040, sanità e LTC crescono strutturalmente:
Sanità: da 7 punti di PIL nel 2022 a 8 punti nel 2070, +1 punto
LTC: da 1,8 punti a 2,7 punti, quasi +1 punto
La spesa age-related totale resta su livelli simili (28-31% del PIL) tra 2022 e 2070. Il risparmio sulle pensioni dopo il 2040 viene riassorbito dalla maggior spesa per sanità e cura degli anziani non autosufficienti.
È uno slogan. La pensione esisterà ma sarà più bassa rispetto allo standard di vita. Le proiezioni RGS Rapporto 26/2025 indicano per la coorte completamente contributiva un tasso di sostituzione atteso fra il 55% e il 65% dell'ultimo stipendio al 2070, contro il 75,7% medio attuale rilevato dall'OCSE.
Per carriere frammentate e discontinue il tasso effettivo scende sensibilmente sotto la fascia teorica.
La risposta apparente "basta alzare i salari" non basta da sola: salari nominali più alti senza una corrispondente crescita di produttività generano solo inflazione, e una parte importante dei laureati italiani migra verso paesi con stipendi e prospettive migliori, sottraendo proprio il capitale umano che dovrebbe sostenere il sistema contributivo del futuro. Per la diagnosi della fuga di cervelli vedi la dashboard Fuga dei cervelli (saldo migratorio dei laureati italiani 25-34, perdita stimata in punti di PIL all'anno, salari medi a parita di qualifica Italia vs UE).
Calo strutturale del tasso di sostituzione di 10-20 punti.
!Attenzione: anche il 55-65% non è garantito. Le ipotesi RGS sul rientro 2040-2070 sono ottimisticheOCPI Cattolica, 27/02/2026
Il rientro della spesa pensionistica dal picco del 17% nel 2040 al 14% nel 2070 (RGS Rapporto 26/2025) è largamente attribuito alla riduzione del tasso di sostituzione (dal 71,9% nel 2030 al 58,5% nel 2070 per i dipendenti con 38 anni di contributi). Ma questo calo dipende da ipotesi macroeconomiche molto più favorevoli di quanto osservato negli ultimi anni. Lo evidenzia l'analisi OCPI Cattolica 27/02/2026 (Enrico Franzetti).
Cosa significa "produttivita 1,4%" rispetto a quanto e successo davvero
Nel decennio 2015-2025 la produttività italiana è cresciuta in media dello 0,12% annuo. Le proiezioni RGS richiedono che salga a 0,92% annuo nel 2030-2040 e 1,34% annuo nel 2040-2070, ossia un tasso ~11 volte superiore rispetto a quello osservato. Anche includendo gli effetti attesi del PNRR e di una possibile accelerazione legata a transizione digitale e AI, lo scarto è enorme. Se la produttività italiana continuasse al ritmo storico (0,1-0,3%), la spesa pensionistica al 2070 non scenderebbe al 14% ma resterebbe sostanzialmente piatta intorno al 17%.
Effetto sul tasso di sostituzione individuale: il sistema NDC italiano capitalizza i contributi al tasso di crescita del PIL nominale (media mobile 5 anni). Se la produttività cresce solo dello 0,3% invece dell'1,34%, la pensione del 2070 sarà strutturalmente più bassa di quanto previsto.
iDistribuzione effettiva dei tassi di sostituzione, lordo e netto (XXIV Rapporto INPS)XXIV Rapporto Annuale INPS 2025
Il dato del 75,7% citato in genere è la media OCSE per il "lavoratore tipo". La distribuzione vera dei tassi di sostituzione sulla popolazione di lavoratori dipendenti del settore privato è molto più ampia, con asimmetria a destra (code lunghe di chi prende più del 100%) e differenze significative fra uomini e donne, oltre che fra lordo e netto.
Il XXIV Rapporto Annuale INPS 2025 (p. 213, grafico b3.1 "Tassi di sostituzione e fiscalita") presenta la distribuzione per nati 1940-1955, pensionati 2021-2022 (vecchiaia o anticipata, 50-70 anni di pensionamento, almeno 15 anni di contributi). Il tasso di sostituzione è il rapporto fra trattamento pensionistico nell'anno successivo al pensionamento e reddito da lavoro dipendente nell'anno precedente.
Distribuzione dei tassi di sostituzione lordi (sopra) e netti (sotto), per genere. Linea tratteggiata = valore medio. Ricostruzione su Rapporto INPS XXIV grafico b3.1 p. 213.
Nota metodologica INPS: lavoratori dipendenti del settore privato, nati tra il 1940 e il 1955 che si sono pensionati nel 2021 e 2022 con una pensione di vecchiaia o anticipata tra i 50 e i 70 anni con almeno 15 anni di anzianità contributiva. Il tasso di sostituzione è calcolato come rapporto tra il trattamento pensionistico percepito nell'anno successivo a quello di pensionamento (al netto delle imposte) e il reddito da lavoro dipendente, percepito nell'anno precedente a quello di pensionamento (al netto delle imposte e dei contributi previdenziali a carico del lavoratore). I valori riportati nel Grafico si riferiscono al 25°, 50° e 75° percentile della distribuzione. La linea tratteggiata indica il valore medio.
Lordo uomini: valore medio ~0,79, picco a 0,75-0,85. Distribuzione più concentrata, code più corte.
Lordo donne: valore medio ~0,73, picco a 0,55-0,70. Distribuzione più dispersa, coda destra più lunga (importi pensionistici prossimi o superiori all'ultima retribuzione lorda per donne con redditi pre-pensione modesti).
Netto uomini: valore medio ~0,88, picco a 0,85-1,05. Il vantaggio fiscale dell'IRPEF sulle pensioni vs lavoro dipendente sposta la distribuzione di 9-13 punti verso destra.
Netto donne: valore medio ~0,86, picco a 0,75-0,95. Per le donne, i trattamenti pensionistici significativamente distanti dal livello retributivo pre-pensione si avvicinano a tassi di sostituzione netti prossimi all'unità.
Lettura: i tassi di sostituzione "veri" della coorte pensionata oggi sono mediamente intorno all'80% lordo e all'88% netto per gli uomini, in linea con il 75,7% OCSE come ordine di grandezza. La proiezione RGS 55-65% al 2070 per la coorte contributiva pura rappresenta una contrazione strutturale di 15-25 punti netti rispetto agli attuali pensionati. La distribuzione futura sarà probabilmente più compressa (effetto del calcolo attuariale standardizzato) ma con livelli mediamente più bassi.
Con tassi di sostituzione futuri attesi al 55-65% (vs 75-80% del retributivo), il secondo pilastro previdenziale è strutturalmente necessario per integrare. Ma in Italia il TFR, che dovrebbe alimentarlo, finisce in gran parte al fondo INPS e diventa entrata pubblica. Una zona grigia della contabilità pensionistica italiana riguarda il TFR (Trattamento di Fine Rapporto) versato al fondo INPS dalle aziende con più di 50 dipendenti. Dal 2007, se il lavoratore non aderisce alla previdenza complementare, il suo TFR confluisce non in azienda ma in un "Fondo per l'erogazione dei TFR" gestito dall'INPS sul conto di Tesoreria dello Stato, con principio di ripartizione (art. 1 c. 755 L. 296/2006).
Il cambio di natura contabile
In azienda: il TFR è un debito verso il lavoratore, iscritto al passivo dello stato patrimoniale.
Versato all'INPS: cambia natura. Diventa un'entrata di conto economico, riduce il deficit pubblico come se fosse una tassa o un contributo previdenziale di primo pilastro. Il lavoratore non può più disporre del TFR pregresso (consentito solo nelle imprese sotto i 50 addetti).
La nota dell'Ispettorato del Lavoro 216/04-2025 conferma: "Tale versamento assume la natura di contribuzione previdenziale, stante l'equiparazione del Fondo ad una gestione previdenziale obbligatoria, con applicazione dei principi di ripartizione e dell'automaticità delle prestazioni, con la conseguenza che le quote di TFR versate al Fondo rispondono al regime di indisponibilità proprio della contribuzione previdenziale".
Mario Draghi, da governatore Banca d'Italia (audizione parlamentare 10/10/2007): "Escludendo i contributi versati per il TFR, che dovranno essere restituiti ai lavoratori, l'indebitamento netto risulterebbe significativamente superiore in entrambi gli anni (2007 e 2008)".
Saldo accumulato (debito implicito dello Stato verso i lavoratori)
~42
Su 18 anni (2007-2024) cumulati ~100 mld di entrate e ~60 mld di uscite (OCPI Cattolica). Una media annua di ~5,5 mld di entrate (elaborazione su dato cumulato OCPI). Il saldo accumulato di ~42 mld misura quanto lo Stato ha già incassato in più rispetto a quanto restituito ai lavoratori.
~42 mld € sono il debito che lo Stato ha accumulato verso i lavoratori. Adottando un principio contabile corretto questa cifra dovrebbe comparire al passivo dello Stato come componente del debito pubblico (come un BTP). Invece queste risorse sono state interamente spese: sono finite nel conto di Tesoreria dello Stato senza vincolo di destinazione, finanziando indistintamente spesa pubblica corrente e in conto capitale.
Cosa succede ogni anno
Il TFR totale generato dal sistema produttivo italiano è ~30 mld/anno (ultimi anni). La ripartizione (dati COVIP 2023):
~17,3 mld accantonati in azienda (aziende sotto 50 dipendenti, ~77% dello stock cumulato)
~6 mld versati al Fondo INPS (aziende >50 dipendenti, lavoratori non aderenti)
~7 mld versati alla previdenza complementare (fondi negoziali, aperti, individuali)
Disparità: le aziende più grandi non possono trattenere il TFR, quelle più piccole sì. La previdenza complementare italiana resta sottosviluppata: solo 13% degli occupati italiani iscritti a fondi pensione (OCSE Pensions Outlook 2024), vs >25% in Francia, Canada, Giappone.
Le due conseguenze critiche
Niente devoluzione del TFR pregresso alla previdenza complementare. Il lavoratore non può chiedere che il suo TFR già versato all'INPS torni in un fondo pensione: sarebbe come "chiedere indietro una tassa già spesa".
Impossibile riaprire il silenzio-assenso (come nel 2007). Rilanciare la previdenza complementare con un'altra campagna pubblica richiederebbe di "trovare copertura" per i mancati introiti INPS, nell'ordine di 600 mln (se solo il 10% dei lavoratori aderisse). Il governo è cointeressato a non incentivare troppo la previdenza complementare, per non perdere queste entrate.
Perché conta per il tasso di sostituzione
I fondi pensione (negoziali, aperti) offrono tipicamente rendimenti superiori al TFR, che si rivaluta solo all'1,5% + 75% inflazione anno precedente. COVIP documenta annualmente questo differenziale a favore dei comparti azionari o bilanciati. Per un giovane che entra oggi nel mercato del lavoro, aderire alla previdenza complementare può recuperare 10-15 punti di tasso di sostituzione finale rispetto al solo primo pilastro INPS.
Il reddito mediano equivalente (Eurostat ILC_DI03, sex T) mostra una forbice intergenerazionale che si è allargata fra 2005 e 2024. I valori nominali fuorviano: l'inflazione cumulata 2005-2024 è stata del +46% (HICP Italia 83,7 → 122,3), quindi serve guardare il reddito reale (deflazionato per i prezzi). Crescita reale 2005-2024:
18-24 anni: -1,8% reale (+43,5% nominale ma erosi dall'inflazione)
25-49 anni: -7,3% reale (+35,4% nominale, il calo reale più marcato)
50-64 anni: -5,3% reale (+38,4% nominale)
65 anni e oltre: +12,4% reale (+64,2% nominale, l'unico segmento con potere d'acquisto in crescita)
Gli over 65 sono l'unico segmento demografico che ha visto crescere il potere d'acquisto nel ventennio. Le altre tre fasce hanno perso fra il 2% e il 7% in reale. Per il sistema pensionistico futuro il problema è opposto: i contributi versati oggi dagli under 50 con redditi reali in calo generano montanti contributivi più bassi, quindi pensioni future più basse.
Scomposizione del reddito per status (lavoratore dipendente, autonomo, pensionato)
Il dato aggregato per fascia di età nasconde un fenomeno strutturale: la composizione del reddito cambia drasticamente fra status occupazionale. Il reddito da lavoro dipendente ha una distribuzione molto più compressa di quello da lavoro autonomo, e il reddito pensionistico medio dipende dalla coorte. Dichiarazioni 2024 (anno d'imposta 2023, MEF Dipartimento Finanze):
25 anni di reddito medio dichiarato per categoria (in termini reali)
Serie storica del reddito medio dichiarato MEF per tipologia di contribuente, anni 2000-2024, deflazionato per HICP Italia (indice 2000=100). Mostra in modo netto la divergenza strutturale fra categorie di reddito:
Reddito medio dichiarato MEF in termini REALI (€ 2024 via HICP), indice 2000=100. Dipendenti: -8,5% (potere d'acquisto eroso). Pensionati: +34,4% (l'unico segmento di lavoro non-autonomo in crescita reale). Autonomi: +79,3% (effetto perimetro: il regime forfettario allarga la platea fino a 85k di ricavi, alza la media dichiarata). Imprenditori: +34,1%. Fonte: MEF Open Data dichiarazioni IRPEF su base comunale 2000-2024 (mirror Lorenzo Ruffino per 2000-2016, github lorenzo-ruffino/data-viz) + Eurostat HICP Italy per deflattore.
Reddito mediano familiare per fonte principale di reddito, ISTAT 2003-2024
Dataset ISTAT 32_292_DF_DCCV_REDNETFAMFONTERED_2 (Indagine Reddito e Condizioni di Vita IT-SILC). Reddito netto familiare mediano in euro correnti, classificato per fonte principale di reddito della famiglia.
Reddito mediano familiare in euro correnti per fonte principale di reddito, Italia 2003-2024. Lavoro dipendente: 30.848 € (2003) → 43.418 € (2024), +40,8% nominale. Lavoro autonomo: 33.642 € → 39.937 €, +18,7% nominale (effetto compressione media). Trasferimenti pubblici (famiglie pensionate): 21.378 € → 32.415 €, +51,6% nominale, la fonte cresciuta di più. Totale famiglie: 23.271 € → 42.010 €, +80,5% nominale (effetto composizione: cresce la quota di famiglie con redditi misti). Fonte: ISTAT EsploraDati, dataflow 32_292_DF_DCCV_REDNETFAMFONTERED_2.
Tre evidenze rilevanti per la sostenibilita pensionistica:
Forte sotto-dichiarazione lavoratori autonomi forfettari: 17.500 € medi dichiarati, sotto il reddito medio dei dipendenti. La compressione del reddito imponibile (e quindi della base contributiva) e in larga parte un effetto del regime forfettario stesso, che limita il fatturato dichiarato a 85k. La Relazione MEF-RGS sull'evasione fiscale e contributiva 2025 quantifica il tax gap 2022 in 98-103 mld €/anno totali (tabella sotto), di cui ~36 mld da IRPEF lavoro autonomo e impresa che si traducono direttamente in minori contributi previdenziali.
Pensionati: il dato lordo nasconde il reddito netto e altre fonti: mediana 17.350 € e media ~19.620 € sembrano sotto i dipendenti, ma il confronto va fatto in termini di reddito netto disponibile, non lordo dichiarato. Quattro elementi spostano il confronto a favore dei pensionati:
Niente contributi INPS: il dipendente con 22.660 € lordi versa il 9,19% di contributi a carico lavoratore (~2.080 €) che il pensionato non paga.
Detrazione specifica da pensione: art. 13 c. 3 TUIR (D.P.R. 917/1986) prevede una detrazione massima di 1.955 €/anno per pensioni fino a 8.500 € lordi, decrescente fino ad esaurirsi a 55.000 €. È paragonabile in misura alla detrazione da lavoro dipendente (max ~1.880 €/anno) ma costruita su una scala diversa, e si somma alle detrazioni per familiari a carico e spese sanitarie.
Altre fonti non rilevate nella tipologia "pensionati": molti pensionati cumulano pensione + redditi da fabbricati (fitti attivi, comodato), capital gain, dividendi, partecipazioni. Il dato MEF 19.620 € è il reddito medio della SOLA tipologia pensionato. Sommando tutte le categorie dichiarate, il reddito complessivo del pensionato cumulato sale significativamente.
Cumulo strutturale 1,41 pensioni a testa: su 16,3 mln pensionati distinti girano 21,26 mln di pensioni (vedi Q2 e Q4): il 32% dei pensionati riceve 2 o più trattamenti contemporaneamente, fenomeno assente nel mondo dipendenti/autonomi.
Coerenza con le altre evidenze del documento: gli over 65 sono l'unico segmento demografico con potere d'acquisto in crescita reale (+12,4% Eurostat 2005-2024, +34,4% reale MEF 2000-2024); occupano stabilmente la classe di reddito mediano italiana; ricevono il 99% del reddito medio italiano secondo OCSE (vedi Q5). La narrativa "pensionato povero" è smentita dai dati a tutti i livelli (Eurostat, MEF, OCSE, INPS).
I 6 milioni di pensionati con meno di 15 anni di contributi: come visto in Q2, il 36% dei pensionati ha versato meno di 15 anni di contributi (3 mln zero contributi + 3 mln 1-15 anni). Sono in larga parte beneficiari di pensioni e assegni sociali, prestazioni di invalidità civile, e pensioni di reversibilità erogate sulla base dei contributi del dante causa. Ricevono trasferimenti riconosciuti per legge in presenza di requisiti specifici (età, invalidità, vedovanza), e fanno parte del segmento che cresce di più in reale grazie all'indicizzazione automatica al CPI dei trattamenti minimi.
Imprenditori societari: 48.000 € medi: il dato e drogato dalla bassa platea dichiarata (utili distribuiti vs reinvestiti in azienda) e dalla diversa struttura fiscale (IRES + dividendi a regime sostitutivo 26%). I contributi previdenziali su questo segmento sono limitati al massimale.
Tax gap 2022: dove si concentra l'evasione fiscale e contributiva
La Relazione MEF-RGS sull'evasione fiscale e contributiva 2025 (dati al 2022, ultimo anno disponibile) stima un tax gap complessivo tra 98,1 e 102,5 mld €/anno, di cui 89,7-90,9 mld da imposte e 8,4-11,6 mld da contributi previdenziali. Il dettaglio (Tabella I.1 della Relazione, milioni € 2022, min-max secondo ipotesi metodologiche):
Tipologia di imposta
Gap mln € 2022
Propensione al gap
IRPEF lavoro autonomo e impresa
35.941 - 36.952
59,8%
IVA
27.945 - 28.966
18,4%
IRES
7.607 - 10.320
19,5%
IRAP
3.617 - 4.920
12,0%
IMU + TASI
4.925 - 4.976
20,9%
IRPEF dipendente irregolare
2.616 - 3.606
1,5%
Locazioni
625 - 875
10,1%
Accise prodotti energetici
712 - 1.753
5,1%
Canone RAI
209 - 225
9,4%
Additionali locali IRPEF (dipendenti)
552 - 733
4,4%
TOTALE entrate tributarie
89.744 - 90.914
16,9-17,0%
Contributi a carico lavoratore dipendente
2.021 - 2.790
-
Contributi a carico datore di lavoro
6.359 - 8.779
-
TOTALE entrate contributive
8.380 - 11.568
-
TOTALE complessivo (tributario + contributivo)
98.123 - 102.482
-
Lettura: quasi il 60% del reddito da lavoro autonomo e impresa è evaso (propensione al gap IRPEF autonomi 59,8%), per un mancato gettito di circa 36 mld €/anno. È la voce più grande del tax gap italiano e la più rilevante per la sostenibilità previdenziale: ogni euro di reddito autonomo non dichiarato è un euro che sfugge anche ai contributi obbligatori INPS. Il dipendente, soggetto a sostituto d'imposta, ha invece propensione al gap solo dell'1,5%. Il gap contributivo (8-12 mld/anno) si concentra sul lavoro irregolare.
Accanto al tax gap interno (evasione domestica per ~98-103 mld €/anno) esiste un fenomeno parallelo: l'elusione fiscale internazionale, cioè lo spostamento legale dei profitti delle multinazionali verso giurisdizioni a fiscalità agevolata. Stime di Tørsløv, Wier, Zucman (missingprofits.world, basate sui paper The Missing Profits of Nations (Restud 2022)) per l'Italia indicano:
Destinazione profitti
Profitti persi (mln $)
Tax revenue persa (mln $)
% gettito IRES
Tutti i paradisi
28.931
6.943
18%
di cui paradisi UE
25.654
6.157
16%
Lussemburgo
12.506
3.001
8%
Irlanda
6.614
1.587
4%
Paesi Bassi
4.492
1.078
3%
Belgio
1.749
420
1%
di cui paradisi extra-UE
3.278
787
2%
Svizzera
2.078
499
1%
Lettura: secondo questa stima l'Italia perderebbe circa 6,9 mld $ (~6,3 mld €) di gettito IRES potenziale per via dello spostamento di profitti delle multinazionali verso paradisi fiscali, pari al 18% del gettito IRES. È una stima econometrica basata su misallocazione di profitti rispetto a fattori produttivi: non tutto il profit shifting è automaticamente "elusione illegale" (può includere pianificazione fiscale legittima sotto le norme attuali). In termini di ordine di grandezza il valore è rilevante in % ma piccolo in valore assoluto rispetto al tax gap domestico (~36 mld da IRPEF autonomi+impresa, ~28 mld da IVA). Le politiche di contrasto vanno tarate di conseguenza: pillar 2 OCSE 15% global minimum tax interviene sul perimetro multinazionali; sul nodo domestico (lavoro autonomo, IVA, micro-imprese) servono strumenti diversi.
Tax expenditures: le spese fiscali che riducono il prelievo (e impattano sui pensionati)
Accanto a evasione (98-103 mld) ed elusione (~6 mld) esiste un terzo canale, perfettamente legale, che riduce il gettito: le spese fiscali (tax expenditures), cioè detrazioni, deduzioni, esenzioni, regimi sostitutivi previsti dalla legge. Il Rapporto annuale sulle spese fiscali 2024 (MEF, novembre 2024) censisce 515 misure vigenti per un effetto finanziario complessivo di 108,6 mld €/anno nel 2025 (Tavola 13). Di queste, alcune impattano direttamente o indirettamente sui pensionati. Voci principali rilevanti (effetti finanziari 2025, mln €):
Voce di spesa fiscale
Effetto 2025 (mln €)
Rilevanza pensionati
Esenzione pensioni di guerra
-3.709,5
Diretta: esenzione IRPEF totale per pensionati di guerra
Sostitutiva redditi da pensione svizzera
-570,8
Diretta: regime sostitutivo per pensionati ex frontalieri
Deduzione rendita catastale abitazione principale
-3.738,9
Forte sui pensionati (alta quota proprietari prima casa)
Detrazione 19% spese sanitarie
-4.472,5
Forte sui pensionati (consumo sanitario crescente con età)
Cedolare secca redditi da locazione
-3.110,0
Forte sui pensionati (rendite locative concentrate sugli over 60)
Sub-totale stimato voci rilevanti per pensionati
~ -15.601
Voci direttamente o prevalentemente fruite dai pensionati
Confronto: tutte le spese fiscali IRPEF
-67.665,8
194 misure IRPEF, di cui 175 vigenti
Totale spese fiscali Italia 2025
-108.582,7
515 misure su 575 censite (297 quantificate)
Lettura: le voci di spesa fiscale direttamente o prevalentemente fruite dai pensionati valgono circa 15-16 mld €/anno di mancato gettito (stima per difetto: esistono ulteriori detrazioni minori e voci trasversali non isolabili). Si tratta del perimetro di benefici fiscali dedicati a o usufruiti dai pensionati, da leggere insieme a:
voci pensionistiche dirette nei trasferimenti dello Stato a INPS: oneri pensionistici gestioni speciali 19,5 mld + quota parte mensilità GIAS 29,4 mld + invalidità ante 1984 6,7 mld ≈ ~55 mld (vedi Q1 tabella)
quota parte mensilità a carico GIAS (29,4 mld, vedi Q1 spoiler)
integrazioni al minimo e maggiorazioni sociali (~9 mld)
Fonte: Rapporto annuale sulle spese fiscali 2024, Commissione MEF, Tavola 13 "Effetti finanziari delle misure vigenti" (p. 21). Effetti finanziari in mln € 2025 (stima Dipartimento Finanze). Identificazione voci rilevanti per pensionati: elaborazione propria sulla base della tipologia di beneficiari.
Implicazione per la base contributiva futura: un sistema pensionistico a ripartizione basato su 21 mln di dipendenti (~75% del gettito contributivo INPS) e 3,8 mln di autonomi (con i forfettari che dichiarano poco) e strutturalmente vulnerabile. Spostare quota di carico fiscale e contributivo dal lavoro dipendente al complesso (capital gains, rendite immobiliari, dividendi) e il vero nodo della sostenibilita. Le proposte di flat tax estesa o di riduzione delle aliquote contributive andrebbero valutate non solo in chiave fiscale ma in chiave di tenuta della base previdenziale.
Approfondimento: per il dettaglio sul mercato del lavoro generazionale (tasso di occupazione 15-34 vs 55-64, NEET, contratti precari, retribuzioni reali per coorte) vedi la dashboard Lavoro: giovani vs over 55. Spiega perché la base contributiva italiana non riesce a tenere il passo dei pensionati: i giovani entrano tardi e con redditi più bassi, gli over 55 escono presto dal mercato del lavoro.
In senso tecnico no: non si può ridurre l'importo nominale di una pensione già in essere. Il perimetro ammissibile e definito dalla giurisprudenza Corte Costituzionale:
Sentenza 70/2015 annulla il blocco totale dell'indicizzazione del decreto Salva Italia
Sentenze 250/2017 e 234/2020: deindicizzazione ammissibile solo se proporzionale, transitoria, motivata
Sentenza 167/2025 dichiara non fondate le questioni sul raffreddamento perequazione 2023 (art. 1 c. 309 L. 197/2022): modulazione progressiva per scaglioni dall'85% al 32% sopra 4 minimi e legittima
Le leve disponibili (modulare perequazione, modificare parametri prospetticamente, chiudere anticipazioni, rivedere integrazioni e reversibilità) valgono insieme circa 23-27 miliardi all'anno a regime.
La giurisprudenza Corte Cost. sulla perequazione, 2011-2025.
Domanda 17
Vitalizi parlamentari e regionali: quanto costano davvero?
Nel dibattito pubblico sui costi del sistema pensionistico tornano spesso i vitalizi parlamentari come "scandalo nazionale". I numeri raccontano una storia più articolata: l'istituto è stato riformato, ma esiste un perimetro residuo che merita di essere quantificato senza retorica.
Stato attuale dei vitalizi parlamentari nazionali
Con deliberazioni del 14 dicembre 2011 e 30 gennaio 2012, l'Ufficio di Presidenza della Camera ha superato l'istituto dell'assegno vitalizio e ha introdotto, con decorrenza 1° gennaio 2012, un trattamento pensionistico basato sul sistema di calcolo contributivo, analogo a quello dei pubblici dipendenti. Per i deputati eletti dal 2012 il calcolo è integralmente contributivo; per quelli in carica prima del 2012 si applica un sistema pro rata (quota vitalizio maturato al 31/12/2011 + quota contributiva post-2012). Dal 1° gennaio 2019 anche le posizioni pregresse sono state ricalcolate con il metodo contributivo (delibera Ufficio di Presidenza Camera 12/7/2018).
Diritto alla pensione: 65 anni di età + almeno 5 anni di mandato (o anticipo fino a 60 con più legislature)
Soglia operativa: 4 anni, 6 mesi e 1 giorno (calcolo semestrale); sotto questa soglia i contributi versati vanno persi
Contributo versato dai parlamentari: 8,80% dell'indennità parlamentare lorda
Sospensione del pagamento in caso di rielezione, nomina al Governo, ad assessore regionale o ad altri incarichi istituzionali incompatibili
Decadenza in caso di condanna definitiva per reati di particolare gravità (delibera 7/5/2015)
Vitalizi e pensioni dei consiglieri regionali (dati disponibili)
I trattamenti pensionistici dei consiglieri regionali sono stati anch'essi riformati con tempi e modalità differenziate per regione. Da bilanci e delibere dei Consigli regionali (esercizio 2024), risultano i seguenti importi annui di spesa per "assegni vitalizi" e "trattamenti pensionistici" agli ex consiglieri:
Regioni con dato non isolabile in modo univoco da fonte ufficiale (al 2026-05): Campania (rendiconto 2024 pubblicato come scansione image-only non text-searchable, Delibera UP 276/2025), Molise (capitolo non isolato nei mandati nominativi post L.R. 6/2019: dato 2023 verificabile 2,954 mln, 103 beneficiari), Trentino-Alto Adige (PDF Delibera 12/2025 inaccessibile via web), Provincia Autonoma di Bolzano (Südtiroler Landtag con portale JS-rendered non navigabile), Veneto (rendiconto SIOPE aggrega indennità consiglieri + vitalizi nella voce 1030201001 = 18,79 mln; bilancio gestionale con font CID non estraibile). NB: il bilancio del Consiglio della Provincia autonoma di Trento NON contiene un capitolo "assegni vitalizi" perché la spesa è in capo al Consiglio Regionale TAA. I dati saranno integrati man mano che i Consigli pubblicano bilanci consultabili in formato text-searchable.
Ordini di grandezza e implicazione
La somma delle voci verificate per le 14 regioni con dato chiuso (Abruzzo, Basilicata, Calabria, Friuli-Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Lombardia, Marche, Piemonte, Puglia, Sardegna, Sicilia/ARS 2023, Toscana, Umbria) ammonta a circa 115,62 milioni di euro/anno (2024 salvo Sicilia 2023). I trattamenti previdenziali parlamentari nazionali (Camera Cap. 3000 da Conto consuntivo 2024: 148,2 mln € + Senato Cap. 1.19 vitalizi ex senatori escluse pensioni personale: 56,6 mln €) ammontano a circa 204,8 milioni di euro/anno. Sommando regioni rilevate + Camera + Senato si raggiungono circa 320 milioni di euro/anno documentabili. Aggiungendo le 5 entità con dato non isolabile (Campania, Molise, Veneto, TAA, PA Bolzano) e i trattamenti pregressi ex-INPDAP la cifra aggregata può salire a 400-500 mln/anno. Anche con un'ipotesi massimalista di abolizione totale e immediata di tutti i vitalizi pregressi (impossibile per ragioni costituzionali, vedi giurisprudenza Corte Cost. su diritti acquisiti), l'impatto sulla spesa pensionistica complessiva italiana (~360 mld €/anno di prestazioni INPS) sarebbe inferiore allo 0,15%. Il dibattito sui vitalizi è politicamente rilevante per ragioni di equità e segnale, ma è quantitativamente marginale rispetto ai driver strutturali della spesa pensionistica (anticipate, retributivo residuo, basso tasso di occupazione, micro-imprese).
Tre strade non alternative. Clicca su ognuna per il dettaglio delle leve, dei numeri e dell'orizzonte.
ARicalibrazione parametrica23-27 mld/anno · orizzonte 2-3 anni
Agisce su cinque parametri del sistema esistente senza modificare l'architettura misto-retributiva. Coinvolge il 22% dei pensionati (circa 3,6 mln) e protegge integralmente il 78% restante (circa 12,7 mln). La pensione nominale non scende mai: cambia solo la rivalutazione.
Sotto-indicizzazione progressiva2-10 mld/anno Per le pensioni oltre la soglia di protezione, rivalutazione parziale all'inflazione modulata per scaglioni, in linea con il principio della sentenza 167/2025. La stima dipende dalla soglia di protezione scelta: ~2 mld/anno se si protegge integralmente fino a 4 volte il trattamento minimo INPS (~2.394 €/mese, come la legge bilancio 2023); ~10 mld/anno se la soglia di protezione e fissata al 60% della mediana dei redditi familiari (~1.538 €/mese), che amplia la platea coinvolta dalla sotto-indicizzazione mantenendo intatta la copertura per i redditi sotto soglia di poverta relativa. Stima dinamica di flusso entrata/uscita coorti su microdati INPS. Apri la dashboard interattiva de-indicizzazione →
Fiscalita patrimoniale immobiliare6,2 mld/anno IMU su ricchezza netta + riforma catasto, allineamento delle rendite catastali ai valori reali. La ricchezza media dei pensionati italiani 65+ e fra le più alte d'Europa, prevalentemente immobiliare. Il think-tank Tortuga documenta che il 60% della ricchezza in Italia e detenuto dal 10% più ricco (concentrazione fra le più alte d'Europa) e che il 75% della ricchezza netta e concentrato negli over 50: oggi questa massa patrimoniale e poco intercettata dal fisco, le rendite catastali sono ferme ai valori 1989. La riforma catasto + IMU progressiva su ricchezza netta familiare e indicata anche dall'OCSE comè una delle leve fiscali più efficaci per l'Italia. Vedi anche report Tortuga "La pesante eredità: ricchezza e (im)mobilità sociale tra le generazioni in Italia".
Revisione reversibilità superstiti4-6 mld/anno Italia spende oltre 4 mln di pensioni di reversibilità per 35-40 mld/anno, fra i più alti d'Europa. La revisione si basa sulla verifica della coerenza fra contributi versati dal pensionato originario e pensione di reversibilità già erogata al coniuge superstite, come base di partenza attuariale. La reversibilità standard al 60% senza prova dei mezzi, prevista quando lo stato sociale tutelava nuclei monoreddito e meno strutturati, ridistribuisce oggi anche su redditi familiari elevati. Riallineare la quota di reversibilità al rapporto effettivo fra contributi del de cuius e prestazione erogata, mantenendo copertura piena per le situazioni di reale fragilità (basso reddito complessivo del nucleo superstite), genera risparmi attuariali senza ridurre nominalmente le posizioni di chi è effettivamente vulnerabile.
Aggancio aspettativa di vita (riavvio 2027)2,2-3,3 mld/anno Riattivazione dell'adeguamento automatico dei requisiti pensionistici all'aspettativa di vita, congelato di fatto dal 2019. La misura non riduce le pensioni in essere ma allinea i nuovi pensionamenti alla longevità effettivamente raggiunta.
Chiusura anticipazioni residue0,75-1,3 mld/anno Stop al rinnovo dei regimi di anticipazione post-LdB 2026 (Quote, Opzione donna, Ape sociale per le casistiche non vincolate). Mantenimento di anticipata ordinaria e tutele per lavori usuranti.
Punti di forza: rapida nel produrre risparmi visibili (orizzonte 2-3 anni), le cinque leve sono indipendenti è politicamente componibili. Vedi la dashboard de-indicizzazione.
BContributivo nozionale integrale (NDC)1,5-2,3 punti PIL al 2050 · orizzonte 25-30 anni
Agisce sulla radice strutturale del sistema, convergendo al modello svedese (NDC, Notional Defined Contribution) con coerenza attuariale fra contributi versati e pensione attesa. Italia ha recepito solo parzialmente il modello con la riforma Dini del 1995 (legge 335/1995), applicandolo a chi e entrato nel mondo del lavoro dopo il 1° gennaio 1996. L'Alternativa B lo estende a tutte le coorti con clausole di salvaguardia, e corregge le lacune che separano il sistema italiano dal canone NDC.
Coefficienti attuariali annuali per coorte Oggi i coefficienti di trasformazione sono aggiornati ogni due anni e applicati erga omnes nel biennio (lo stesso coefficiente vale per coorti diverse che vanno in pensione a età diverse). In Svezia ogni coorte ha coefficienti propri, assegnati a 64 anni alla vigilia della fascia pensionabile 65-68. Aggiornamento annuale per coorte rende il calcolo più reattivo all'evoluzione della speranza di vita e annulla iniquita intra-generazionali.
Pro-rata avanzato esteso a tutte le coorti Anche per chi è nato prima del 1996 la quota di pensione calcolata in retributivo viene progressivamente rideterminata sul contributivo, in proporzione agli anni di anzianità futura. La fetta retributiva pura si esaurisce più velocemente che con la naturale uscita di scena.
Clausole di salvaguardia Soglia minima garantita (assegno sociale rafforzato), perequazionè piena sotto 4 minimi mantenuta, transizione almeno decennale per chi e a meno di 10 anni dalla pensione.
Pensione provvisoria stile svedese in luogo delle anticipazioni attuali Sostituire la babele di Quote, Opzione donna, Ape sociale, regimi precoci con un meccanismo unico: dai 63 anni, possibilita di chiedere un "assegno-prestito" calcolato come una pensione provvisoria. Al compimento dell'età pensionabile minima il prestito e rimborsato decurtando il montante contributivo accumulato è la pensione definitiva e calcolata sul residuo. Flessibilità "indolore" senza pregiudizio per la sostenibilità.
Lacune ed errori dell'NDC italiano rispetto al modello svedese (Bevilacqua-Gronchi, Lavoce.info 2020-2025) ▾
Sandro Gronchi, consulente del governo Dini per la riforma contributiva del 1995, ha proposto il modello "a capitalizzazione virtuale" (poi diventato NDC) in Italia nella prima metà degli anni Novanta, prima che fosse applicato in Svezia, dove resterà confinato in ambito accademico fino al 1995 (Lavoce.info, 01/09/2023). In una serie di articoli su Lavoce.info ha documentato gli errori del recepimento italiano. Le lacune principali da correggere:
1. Tasso d'interesse sbagliato sul conto contributivo
Cosa prevede l'NDC originale: ogni anno il "conto personale" del lavoratore viene rivalutato a un tasso d'interesse "convenzionale" che deve essere il tasso di crescita del reddito da lavoro aggregato (cioè la base imponibile su cui poggia la contribuzione). Questa scelta non è arbitraria: il teorema di Samuelson-Aaron dimostra che in un sistema a ripartizione il tasso "sostenibile", quello che garantisce l'equilibrio fra spesa pensionistica e gettito contributivo, è esattamente la crescita del monte salari, perché è quel monte che genera i contributi.
Cosa ha scelto la riforma Dini: crescita media quinquennale del PIL nominale intero, non solo della quota redditi da lavoro. Una scelta di comodo metodologico basata sull'assunzione (allora plausibile, oggi smentita) che la quota dei redditi da lavoro sul PIL fosse stabile nel tempo.
Perché oggi il problema è grave: negli ultimi 25 anni la quota dei redditi da lavoro sul PIL italiano è scesa di circa 5-7 punti percentuali, sostituita dall'aumento dei profitti d'impresa e delle rendite finanziarie/immobiliari. Continuare a capitalizzare i conti contributivi al tasso del PIL intero, invece che dei soli redditi da lavoro, significa promettere ai pensionati di domani rendimenti che la base contributiva non potrà generare. Il sistema sembra sostenibile sulla carta ma in realtà sta accumulando un disavanzo silenzioso che esploderà quando le coorti completamente contributive andranno in pensione.
2. Indicizzazione delle pensioni incoerente con la regola di calcolo
Il principio dell'NDC: una pensione contributiva si calcola come montante × coefficiente di trasformazione, e si rivaluta annualmente al tasso del PIL nominale (scontato di un "tasso tecnico"). Indicizzazione e coefficiente sono due facce della stessa medaglia: i coefficienti sono maggiorati per anticipare una parte di crescita futura, e la rivalutazione recupera il resto. Solo applicando entrambe insieme il sistema mantiene l'equità fra coorti.
Cosa fa l'Italia: per ragioni politiche del 1995 (sindacati gelosi della "perequazione ai prezzi" ottenuta tre anni prima con la riforma Amato), Dini ha mantenuto l'indicizzazione delle pensioni ai soli prezzi al consumo, rinunciando alla rivalutazione al PIL prevista dal modello NDC. Allo stesso tempo, però, ha mantenuto i coefficienti maggiorati come se l'indicizzazione PIL scontata 1,5 punti fosse applicata. Nelle revisioni periodiche dei coefficienti compare imperterrita la nota tecnica "tasso di sconto = 1,5%" che documenta il paradosso.
La "farsa del tasso di sconto": di fatto i pensionati italiani ricevono una pensione iniziale calcolata con un coefficiente "gonfiato" (perché sconta una rivalutazione futura più alta), ma poi negli anni successivi la pensione si rivaluta solo ai prezzi, non al PIL. È un doppio premio: prima si dà di più all'inizio, poi non si erode con l'indicizzazione magra. Risultato: la pensione media in essere è strutturalmente più generosa di quanto i contributi versati e l'aspettativa di vita giustificherebbero.
Cosa fa la Svezia: a ogni coorte (= anno di nascita) viene assegnato un set di coefficienti propri, basato sulla tavola di sopravvivenza specifica per quella generazione. Una persona nata nel 1960 ha coefficienti diversi da una nata nel 1965, perché le aspettative di vita sono diverse. È l'unico modo per garantire l'equità attuariale: chi vive in media più a lungo riceve coefficienti più bassi (cioè una pensione annua più piccola, su un numero maggiore di anni).
Cosa fa l'Italia: i coefficienti sono aggiornati ogni due anni e applicati erga omnes, cioè ogni coorte che va in pensione in quel biennio usa gli stessi coefficienti, indipendentemente dall'anno di nascita. Il problema esplode quando si combina con la fascia pensionabile italiana molto ampia (57-71 anni se si considerano tutti i canali di anticipazione).
Esempio numerico: chi va in pensione a 60 anni nel 2024 (nato nel 1964) usa coefficienti aggiornati nel 2024 sulla base della tavola di sopravvivenza ISTAT 2021. Quella tavola però rileva la sopravvivenza di coorti nate fra il 1930 (chi nel 2021 aveva 91 anni) e il 1964 (chi nel 2021 aveva 57 anni), distanza media di 19 anni rispetto alla coorte mutuante (1964). Il risultato: la vita residua effettiva di chi va in pensione a 60 anni nel 2024 sarà significativamente più lunga di quanto stimato dai coefficienti, perché la longevità è cresciuta nei decenni. La pensione anticipata è quindi "premiata" da una vita residua sottostimata, e l'INPS pagherà più anni di quanti aveva messo a budget.
Conseguenza sulla sostenibilità: più si va in pensione presto, più la sottostima della vita residua è grossa, più il sistema accumula passività implicite. Chi va in pensione tardivamente (67 anni) ha coefficienti più "vicini" alla sua tavola di sopravvivenza reale; chi anticipa molto ha coefficienti basati su coorti molto più anziane. Il sistema premia implicitamente l'anticipazione, in contraddizione con tutta la retorica della "sostenibilità".
4. Tavola di sopravvivenza pandemica usata senza correzione
Il problema specifico del biennio 2023-2024: i coefficienti di trasformazione in vigore nel biennio 2023-2024 sono stati promulgati nel 2022 e basati sulla tavola di sopravvivenza ISTAT del 2021, l'anno peggiore della pandemia COVID, con eccesso di mortalità soprattutto fra gli anziani. La tavola 2021 registra quindi una sopravvivenza temporaneamente depressa rispetto al trend storico 1990-2019 (che mostrava una crescita di 4,43 anni nei 30 anni precedenti, al ritmo di 1,83 mesi all'anno).
Cosa implica l'errore: usare la tavola 2021 per stimare i coefficienti dei pensionati 2023-2024 equivale ad assumere che chi va in pensione in quel biennio passerà tutti i suoi anni residui replicando i tassi di mortalità pandemici. È un'assurdità statistica: in realtà, esaurito l'effetto Covid, la mortalità è già tornata ai trend pre-pandemia. Il risultato: coefficienti sopravvalutati del 2-3% per chi va in pensione in quel biennio, che equivale a pensioni iniziali artificialmente più alte rispetto alle coorti adiacenti (chi va in pensione nel 2025 con i nuovi coefficienti vede una "perdita" non giustificata).
Iniquità intergenerazionale: le coorti nate fra il 1956 e il 1963 (chi va in pensione 2023-2024 a 60-67 anni) hanno avuto un "premio fortuito" da uno shock esogeno (la pandemia). Non c'è alcuna ragione attuariale o di equità che giustifichi questo trattamento di favore.
La soluzione svedese: in Svezia i coefficienti non sono basati sulla tavola di un singolo anno, ma sulla media degli ultimi cinque anni. Così uno shock annuale (epidemia, clima, evento eccezionale) viene assorbito e mediato, senza generare "salti" iniqui fra coorti adiacenti. È una soluzione tecnica semplice ma virtuosa, che l'Italia non ha implementato.
5. Flessibilità in uscita non gestita correttamente
Il modello svedese: fascia pensionabile stretta 65-68 anni, in cui ogni lavoratore può scegliere liberamente quando andare in pensione. A questa si affianca la pensione provvisoria , un meccanismo elegante: da 63 a 65 anni il lavoratore può chiedere un "assegno-prestito" calcolato come una pensione (montante diviso vita residua attesa). Quando arriva alla soglia pensionabile (65 anni), il totale degli assegni ricevuti viene decurtato dal montante contributivo, e la pensione definitiva è calcolata sul residuo. È un "anticipo a proprio rischio": chi anticipa riceve subito ma rinuncia a una parte di pensione futura, in modo attuarialmente equo.
La babele italiana: fascia pensionabile 57-71 anni, gestita attraverso una giungla di regimi differenziati per requisiti opinabili è politicamente caricati:
Pensione di vecchiaia (67 anni, 20 anni di contributi)
Pensione anticipata ordinaria (42 anni e 10 mesi di contributi uomini, 41 e 10 donne)
Opzione donna (con ricalcolo penalizzante interamente contributivo)
Ape sociale (per disoccupati di lunga durata, caregiver, lavori gravosi)
Lavoratori precoci (chi ha iniziato a lavorare a 14-15 anni)
Lavoratori usuranti (notturni, in linea, edilizia ecc.)
Conseguenza: ogni regime ha una propria platea, un proprio costo, un proprio livello di iniquità. Risultati: extra-costi previdenziali stimati in 1,4-2,2 miliardi/anno (vedi Q11), opacità sulla vera durata di queste misure (sempre annunciate come "temporanee" e sistematicamente rinnovate), differenze di trattamento tra lavoratori con carriere simili ma classificati in modo diverso. La pensione provvisoria svedese risolverebbe tutto questo: una sola regola, una sola formula, ogni lavoratore sa esattamente quanto perde se anticipa.
Il "longevity risk" strutturale: qualsiasi sistema NDC con coefficienti basati su tavole di sopravvivenza storiche è esposto al rischio che la longevità reale superi le stime. Se la generazione X vive in media 2 anni in più di quanto previsto, l'INPS paga 2 anni di pensione in più di quanto messo a budget. Su milioni di pensionati moltiplicato per la dimensione della pensione media, il "longevity risk" non corretto vale decine di miliardi cumulati.
La soluzione svedese: il Balance Mechanism: un algoritmo correttivo che monitora costantementè il rapporto fra attività implicite del sistema (contributi futuri attesi + montanti contributivi accumulati) e passività implicite (pensioni da pagare). Se questo rapporto scende sotto 1 (il sistema diventa squilibrato), scatta automaticamente una riduzione delle indicizzazioni e dei coefficienti per riportare l'equilibrio. Non è una decisione politica: è una formula matematica che corregge da sola. La Svezia ha attivato il Balance Mechanism nel 2010 e nel 2014, con riduzioni temporanee delle pensioni che hanno preservato la sostenibilità senza ricorrere alla fiscalità generale.
L'assenza italiana: l'Italia non ha alcun meccanismo di questo tipo. Se la longevità supera le stime (come sta accadendo strutturalmente), lo squilibrio si scarica per intero sulla fiscalità generale, cioè sui lavoratori attivi via maggiori imposte o sui contribuenti futuri via maggior debito pubblico. È una scelta che riflette la riluttanza politica italiana a meccanismi automatici di aggiustamento: ogni revisione dei parametri pensionistici è in Italia una battaglia campale, mentre in Svezia avviene senza che il dibattito politico se ne occupi.
7. Le tre vie d'uscita per l'indicizzazione (Bevilacqua-Gronchi)
Per chi va in pensione completamente contributivo dopo il 2050, la combinazione "indicizzazione ai prezzi + coefficienti maggiorati" diventerà strutturalmente insostenibile. Bevilacqua e Gronchi propongono tre vie d'uscita coerenti, tutte richiedono di riallineare coefficienti e indicizzazione, ma con diversi gradi di severità sul fronte indicizzazione:
Opzione 1 · Modello svedese: indicizzazione PIL scontata 1,5 punti. Le pensioni si rivalutano al PIL nominale meno 1,5 punti percentuali. Vantaggio: preserva i coefficienti attuali (la maggiorazione resta giustificata). Svantaggio: se in qualche anno l'inflazione supera il PIL nominale + 1,5 punti, la pensione perde potere d'acquisto. La Svezia ha sperimentato questa erosione nel 2010-2014 e ha dovuto intervenire con compensazioni fiscali ad hoc per i pensionati più poveri.
Opzione 2 · Modello norvegese: indicizzazione PIL scontata 0,75 punti. Lo sconto è più prudente. Vantaggio: riduce il rischio di erosione del potere d'acquisto a livelli accettabili. Svantaggio: consente solo una maggiorazionè ridotta dei coefficienti, quindi le pensioni iniziali sarebbero più basse di quelle attuali italiane di alcune percentuali. È la via che la Svezia stessa sta valutando di adottare nei prossimi anni.
Opzione 3 · Indicizzazionè piena al PIL (no sconto). Vantaggio: massima protezione del potere d'acquisto pensionistico. Svantaggio: nessuna maggiorazione dei coefficienti, quindi la pensione iniziale corrisponde esattamente al rapporto attuariale fra montante e vita residua, senza il "premio" oggi incorporato. Tradotto: pensioni iniziali più basse del 10-15% rispetto alle attuali. È la versione più "ortodossa" del modello NDC, e probabilmente la più sostenibile nel lunghissimo periodo.
Implicazione politica: la sentenza 167/2025 della Corte Costituzionale ha invitato esplicitamente il legislatore a "diverso criterio" per i futuri pensionati contributivi (vedi Q10). Senza una riforma esplicita di coefficienti+indicizzazione insieme, il sistema NDC italiano resta strutturalmente sbilanciato. Le tre opzioni di Bevilacqua-Gronchi sono trade-off chiari, e una delle tre va scelta. Mantenere lo status quo significa accumulare un disavanzo silenzioso che verrà presentato al primo Piano Strutturale di Bilancio UE in cui le proiezioni RGS dovranno essere verificate.
La riforma dell'NDC italiano non è una scelta fra alternative ma una sequenza di correzioni complementari. Il "passo più lungo della gamba" denunciato da Gronchi e che il legislatore continua a operare su singoli parametri senza riformare l'architettura. Una transizione ordinata richiederebbe di sostituire indicizzazione+coefficienti+regole di pensionamento+balance mechanism in modo coerente, mutuando il pacchetto svedese 1998 nel suo insieme.
Punti di forza: quantitativamente più grande di A nel lungo periodo, irreversibile per costruzione. Limite: effetti distribuiti su 25 anni, quasi nulli nel breve. Va affiancata a misure di A per generare cassa nei primi anni del Piano Strutturale di Bilancio UE. RGS Rapporto 26/2025.
CBase contributiva ampliata17-27 mld/anno + 1,7-6 mld da occupazione · orizzonte 10-15 anni
La meno "previdenziale" delle tre: non tocca il calcolo della pensione, agisce su trasferimenti monetari mal calibrati e sul mercato del lavoro. Recupera risorse pubbliche da schemi inefficaci e amplia la base contributiva tramite occupazione, in particolare femminile e giovanile. Per la diagnosi del divario di genere su occupazione, salari e impatto sui contributi futuri vedi la dashboard Divari di genere (tasso di occupazione donne 25-54 vs UE, gender pay gap orario, penalita maternita, gap pensionistico medio).
Revisione AUU verso servizi 0-55-7 mld/anno Assegno Unico Universale: oggi 17 mld/anno di trasferimento monetario indifferenziato. Dirottare una quota su investimento in asili nido e servizi 0-5 (oggi sotto la media UE), che alzano la partecipazione femminile al lavoro e generano gettito futuro maggiore del costo presente.
Eliminazione ZES + decontribuzione Sud4-5 mld/anno Zone Economiche Speciali e decontribuzione Sud hanno generato deadweight loss documentato senza effetti significativi su occupazione netta. Razionalizzazione del beneficio fiscale, mantenimento degli incentivi solo per investimenti realmente addizionali.
8,4 mld provengono dai bilanci dei Comuni e finanziano servizi sociali per famiglie e minori, persone con disabilità, soggetti con dipendenze, anziani, immigrati, nomadi, persone in povertà o disagio sociale, servizi multiutenza (dato 2023).
5 mld fanno capo a regioni, province e comunità montane, e includono i costi per personale e materiali impiegati nell'erogazione dei servizi. La stima non comprende le spese per la funzione abitativa. Una quota dell'aumento osservato negli ultimi anni è legata ai costi per l'accoglienza degli immigrati.
Tenendo conto anche di questi 13 mld a carico degli enti territoriali, la spesa complessiva del sistema a carico della fiscalità generale raggiunge circa 180 mld €, evidenziando la necessità di una revisione strutturale per la sostenibilità finanziaria di lungo termine. Le tre patologie ricorrenti del welfare locale sono:
Sovrapposizione fra livelli di governo: lo stesso nucleo familiare può cumulare prestazioni nazionali, regionali e comunali per la stessa funzione senza una banca dati unica che intercetti la sovrapposizione.
Arbitraggio territoriale: la stessa condizione di bisogno riceve trasferimenti molto diversi a seconda della regione e del comune di residenza.
Controlli incompleti: molte prestazioni locali sono erogate su autocertificazione ISEE senza incrocio sistematico con redditi effettivi e altre prestazioni in essere.
La proposta è eliminazione delle sovrapposizioni: estensione obbligatoria del Casellario dell'Assistenza già esistente, soglie ancorate alla povertà relativa regionale, chiusura dei doppioni Stato/Regioni/Comuni.
Revisione ISEE + cancellazione bonus inefficaci3,2-4,8 mld/anno Almeno 19 soglie ISEE diverse per altrettanti benefici, ognuno con criteri e modalità di applicazione propri. Unificazione delle soglie, revisione ISEE familiare, cancellazione bonus dimostratisi inefficaci. Stop ai regimi di rientro impatriati + pensionati esteri (regressivi). La giungla dell'ISEE: 19 benefici e l'effetto soglia (OCPI Cattolica, 21/02/2025) ▾
Assegno unico e universale: per ogni figlio a carico, da 201 €/mese (ISEE ≤17.227 €) a 57 €/mese (ISEE >45.939 €). +50% per figli sotto 1 anno. Decresce gradualmente (no effetto soglia).
Bonus elettrodomestici: rimborso 30% del prezzo, max 200 € (ISEE ≤25.000) o 100 € (ISEE >25.000).
Bonus corsi di lingua e attività sportive figli <14 anni: 500 €/anno con ISEE ≤15.000 €.
Fondo garanzia prima casa under 36: copertura 80% capitale sui mutui con ISEE ≤40.000 €.
Carta acquisti: 40 €/mese per famiglie con figli <3 anni e ISEE ≤8.117 €.
Carta della cultura giovani: 500 € a chi compie 18 anni con ISEE ≤35.000 €.
Bonus bollette: sconti su elettricità, gas, acqua per ISEE ≤9.530 € (≤3 figli) o ≤20.000 € (≥4 figli).
Bonus psicologo: fino a 50 €/seduta. Max 1.500 €/anno (ISEE <15.000), 1.000 € (15-30.000), 500 € (30-50.000). Decresce gradualmente.
Assegno di inclusione: fino a 541 €/mese per famiglie con disabili/minori/over 60 e ISEE ≤10.140 €.
Carta "Dedicata a te": 500 €/anno per beni di prima necessità, famiglie ≥3 componenti e ISEE ≤15.000 €.
Supporto per la formazione è il lavoro: 500 €/mese per attività formative con ISEE ≤10.140 €.
Tasse universitarie: esonero totale ISEE <22.000, riduzione 80% (22-24k), 50% (24-26k), 25% (26-28k), 10% (28-30k). Borse di studio con ISEE <27.726 €. Decresce gradualmente.
Bonus nascite 2025: 1.000 € una tantum per figlio nato/adottato con ISEE ≤40.000 €.
Con un secondo figlio di 2 anni, sotto i 7.000 € di ISEE i benefici arrivano a ~14.000 €. Superare i 40.000 € fa perdere 2.200 € di colpo (effetto soglia). Per il second earner di famiglia il disincentivo è particolarmente forte: un piccolo aumento di reddito può costare migliaia di euro l'anno di benefici persi.
Investimento servizi 0-5 + parita congedi1,7-6 mld/anno gettito Costo netto degli investimenti su nidi (1,5-2 mld), che genera occupazione femminile addizionale (modello Heckman a due margini) per un saldo positivo netto di 1,7-6 mld/anno di gettito IRPEF + contributi. Effetto di secondo ordine sulla base contributiva del sistema pensionistico.
Punti di forza: la più funzionale alla crescita di breve (più occupazione, più contributi, più gettito IRPEF) e la più indipendente dalle altre due. L'effetto netto va calcolato come saldo, non come somma lorda: i 5 mld AUU finanziano i nidi (-1,5/-2 mld), che generano l'effetto occupazione (+1,7-6 mld). Per la diagnosi del mercato del lavoro generazionale che giustifica questa leva (occupazione 15-34 vs 55-64, NEET, retribuzioni reali per coorte) vedi la dashboard Lavoro: giovani vs over 55.
Le tre alternative sono compatibili. Una sola è insufficiente nel medio termine. Combinarle è la strada più solida: A genera cassa nel breve, B garantisce la sostenibilità di lungo, C alimenta la base contributiva è la crescita.
Le tre alternative a confronto: recupero (mld/anno a regime), orizzonte, leva. Nota: i range mld/anno sono elaborazione propria su ipotesi pubblicate (UPB Audizioni, Bankitalia, OCSE, OCPI), non un dato osservato unico. Vanno letti come ordini di grandezza per il dibattito di policy, non come previsioni puntuali.
Fonti
INPS, Osservatorio statistico sulle pensioni, Casellario Centrale Pensionati, Rendiconto generale 2024
UPB, Rapporto annuale sulla politica di bilancio 2025, Audizioni DDL Bilancio
RGS MEF, Rapporto 26/2025 "Le tendenze di medio-lungo periodo del sistema pensionistico e socio-sanitario"
Commissione UE, 2024 Ageing Report. Economic and Budgetary Projections for the EU Member States (2022-2070)
Obiettivi, definizioni, output, tempi, criteri di successo. Niente ambiguità. Stessi metodi che vedi in queste analisi macro, applicati ai tuoi numeri reali.